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Le primare USA dopo il Super-Tuesday

The Huffington Post The Huffington Post 5/03/2016 Federiga Bindi

"Come posso trasferirmi in Canada?" è stata apparentemente una delle frasi più cliccata su Google in seguito alla vittoria di Donald Trump al Super Tuesday. La frase reassume bene sia lo stato di shock dell'establishment repubblicano - che fino ad adesso aveva preteso che il fenomeno non esistesse - che quello di tanti democrats, meno convinti dei loro leaders che Trump sarebbe l'opponente migliore per rivincere la Casa Bianca.
Il voto del supermartedì è complesso e non permette di fare predizioni sicure sull'esito delle primarie, se non che per la prima volta da quando sono state introdotte c'è la concreta possibilità che i candidati scelti alle Conventions. Un sogno per gli analisti politici, un incubo per gli altri.
Innanzitutto i risultati: in campo repubblicano, Trump ha vinto 7 stati (Alabama, Arkansas, Georgia, Massachussets, Tennesee, Virginia e Vermont), portando a casa 234 delegati, arrivando quindi a 316 sui 1.236 necessari per vincere. Ted Cruz ha vinto il suo Texas, oltre all'Alaska (dove l'endorment dell'ex Governatore Sarah Palin non è evidentemente stato sufficiente per Trump) e Oklahoma, guadagnando 209 delegati, per un totale complessivo di 226. Ben Carlson, variando dal 2 al 9% dei voti, ha preso solo 3 delegati, ma in compenso continua ad erodere il voto evangelico su cui contava Cruz.
Marco Rubio ha vinto il Minnesota, ma nella distribuzione dei delegati è stato penalizzato dai complicati sistemi elettorali: ad esempio, proprio nel Minnesota, nonostante abbia prevalso con il 37% dei voti, ha preso 12 delegati, gli stessi presi da Crux con il 28% dei voti. Il 19% dei voti in Vermont ed il 18% in Texas non hanno prodotto alcun delegato. In Georgia il 24% dei voti si è tramutato in 11 delegati, contro i 14 presi da Cruz con il 23% dei voti. In Tennessee il 21% dei voti ha fruttato 2 delegati contri i 12 conquistati da Cruz con il 25% dei voti. In totale Rubio ha raccolto 90 delegati, arrivando quindi a 106, cosa che lo ha reso lo zimbello di Trump durante la sua conferenza stampa. Le alchimie elettorali repubblicane si complicheranno ulteriormente dal 15 marzo, data a partire data a partire dalla quale in numerosi stati il vincitore prenderà tutti i delegati. Sarà il caso della Florida, lo stato di Rubio, per il quale la vittoria (ed i relativi 99 delegati) sono quindi essenziali.
L'establishment repubblicano - che odia Trump e Cruz in modo diverso ma in eguale misura - ha due settimane per decidere che fare, prima che sia troppo tardi. Costringere al ritiro John Kasich (che comunque non getterà la spugna prima del voto nel suo Stato, l'Ohio, il 15 marzo) e Carlson (ammesso che ascolti)? Convergere tutto su Cruz è un sacrificio che molti non si sentono di fare; alcuni propongono di turarsi il naso e formare un ticket Cruz-Rubio. L'altra ipotesi è lasciare che tutti continuino a correre, nella speranza che in tal modo Trump non raggiunga i fatidici 1.236 delegati e che sia la Convention a decidere.
Un'analisi del voto in Virginia mostra un'interessante polarizzazione tra Trump e Rubio, mentre Cruz risulta sempre mediano: gli uomini privilegiano Trump e le donne Rubio; i più conservatori Trump, i moderati Rubio; Marco è la prima scelta di chi guarda all'elettabilità a novembre, all'esperienza politica, di coloro che sono insoddisfatti dell'azione governativa ma non sono "arrabbiati" e di coloro che hanno una visione più aperta nei confronti dell'immigrazione, oltre che la scelta preponderante di quelli che decidono all'ultimo minuto. Scelgono Trump in maggioranza quelli a cui piace un candidato che dice "come stanno le cose", quelli che vogliono un candidato esterno all'establishment, gli "arrabbiati" contro il governo e coloro che sono in favore alla deportazione degli immigrati illegali.

La stessa analisi in campo democratico mostra che l'età resta un clivadge importante tra Clinton e Sanders, favorito dagli under-45 ed in particolare dai millenials che votano meno nelle primarie ma che a novembre costituiranno il 31% del potenziale elettorato. I più liberali sostengono Sanders, così come quelli che ritengono che onestà e fiducia in un candidato siano fondamentali; votano invece Clinton coloro che decidono in base alla potenziale elettività a novembre e coloro che privilegiano l'esperienza politica.
Un'analisi comparata del voto del supermartedì mostra anche che Sanders è tutt'ora indietro nelle preferenze dei latini e dei neri - zoccolo duro dell'elettorato Dem - che tuttavia a novembre costituiranno ciascuno solo il 10% dell'elettorato. Questo vantaggio con le minoranze ha permesso alla Clinton di vincere le primarie in Alabama, Arkansas, Georgia, Tennessee, Texas, Virginia di larga misura (due terzi ad un terzo), mentre ha quasi pareggiato in Massachussets e perso a sua volta con una media totale di tre a uno in Vermont, Minnesota, Oklahoma, Colorado. Sander ha dunque perso il Super Tuesday ma rimane largamente in corsa e pur senza SuperPac che lo finanzino, grazie alle donazioni individuali - con un record assoluto di $42 milioni a febbraio -può restare in corsa fino alla fine.
Allo stato, la Clinton ha 1001 delegati, di cui 457 cosiddetti superdelegates, cioè i notabili Dem che possono decidere fino all'ultimo momento di cambiare candidato, benchè sia abbastanza inverosimile che abbandonino Hillary, a meno che il problema delle mails e della relativa inchiesta dell'FBI - che continuano ad andare avanti - non esplodano con effetti devastanti. Sanders ha 371 delegati di cui solo 22 superdelegati. 233 superdelegati non si sono ancora pronunciati. Per avere la nomination il candidato deve ottenerne almeno 2.383. Uno scenario possibile è che siano i superdelegati - che tra i Dem costituiscono il circa il 15% del totale - che decideranno la corsa. Con Barak Obama successe qualcosa di simile nel 2008, quando i superdelegati cominciarono a cambiare bandiera, ma stavolta le condizioni sono diverse e non è chiaro quale sarebbe l'effetto sul risultato finale a novembre.
Un elemento interessante è la corrispondenza del voto tra la Clinton e Trump: con l'eccezione del Texas (stato di Crux) e del Vermont (stato di Sanders) hanno vinto e perso gli stessi stati. Si tratta di un dato assolutamente contro-intuitivo, visto che chi sostiene Trump è antisistema e chi invece sostiene Hillary è a favore dell'establishment e della continuità. Forse il significato e le implicazioni appariranno più chiare nelle prossime settimane. Il circo infatti adesso riparte: tra sabato e martedì prossimi si vota in Kansas, Louisiana, Maine, Nebraska, Michigan, Mississipi, oltre a Kentuky e Hawaii per i repubblicani.
(una prima versione di questo articolo e' stata pubblicata su Unita' il 3 febbraio)

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