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Riformarsi per non scomparire: i dilemmi della Farnesina e della politica estera italiana

The Huffington Post The Huffington Post 5/03/2016 Federiga Bindi

Si è dimesso il Segretario Generale della Farnesina, Michele Valensize, che paga una guida diversa dal suo predecessore Giampiero Massolo, dal guanto di velluto e pugno ferro. L'ultima goccia è stata la nomina di Carlo Calenda a Rappresentante Permanente a Bruxelles, a cui si narra sia seguita una tumultuosa riunione dai toni tutto fuorchè felpati.
Le dimissioni di Valensise - in attesa di sapere se andrà a fare il Gran Comis o se si butterà nel privato - hanno rilanciato il refrain sul declino della Farnesina, spesso puntando il dito sulla volontà accentratrice del Primo Ministro.
Se è indubbio che la Farnesina ha perso la sua aurea dorata, è anche vero che la Diplomazia - quella con la D maiuscola - mai come in questi ultimi due anni ha giocato un ruolo fondamentale nella politica internazionale: Iran, Cuba, Parigi (inteso come trattato sul clima) ne sono esempi. Si aggiunga che i veri successi della diplomazia spesso restano sconosciuti ai più per lungo tempo, come fu la soluzione alla crisi dei missili di Cuba. La diplomazia italiana, ai cui vertici oggi ci sono molte persone di grande valore, può quindi ancora giocare un ruolo importante (ed in parte, lontano dai riflettori, lo gioca). Ma è necessario capire a cosa si deve il declino e porvi rimedio, con una riforma profonda, prima che sia troppo tardi.
Diversamente da Berlino, Roma non ha saputo gestire la fase post-guerra fredda, riflettendo sulla ridefinizione del ruolo del nostro paese nel mondo. Presi dalle rivoluzioni politiche interne, al tempo pochi capirono quanto la caduta del Muro di Berlino avrebbe ridimensionato il ruolo dell'Italia, una volta venuta meno la sua rilevanza geopolitica. Ci sono voluti due decenni affinchè finalmente - sotto la guida di Marta Dassù - si cominciasse a effettivamente riflettere. Ma nel frattempo si era perso tempo prezioso. E come spesso succede a Roma, con il cambio di governo, il cosiddetto paper "Italia 2020" è rimasto incompiuto, e con esso la riflessione sul ruolo dell'Italia. Unico lascito positivo, il definitivo sdoganamento dell'idea di interesse nazionale quale guida della politica estera, un'idea inizialmente proposta da Silvio Berlusconi e poi ripresa da Massimo D'Alema. Un concetto fino a quel momento estraneo alla nostra politica estera a causa del retaggio del fascismo, con la conseguenza che per lungo tempo l'interesse nazionale era stato rimpiazzato dall'interesse europeo.
Un'altra conseguenza della caduta del Muro di Berlino è stata la corsa degli ex-comunisti ad accreditarsi negli Stati Uniti, a costo di una certa acriticità sull'operato di Washington. Similmente, il secondo Berlusconi ha usato il rapporto privilegiato con George Bush per riaccreditarsi in Europa (per la verità ha anche specularmente usato il rapporto con Vladimir Putin, cosa che alla fine gli è costata cara, ma questa è un'altra storia). Il risultato è stato che quando Washington chiede, l'Italia sostanzialmente fa - magari facendo prima un po' di melina: è questa la vera costante della politica estera degli ultimi governi. Libia 2011 ne è forse l'esempio più lampante, speriamo non sia seguito da Libia 2016.

Nel frattempo, la struttura dell'Unione Europea è profondamente cambiata e con essa il ruolo dei Primi Ministri: se prima si riunivano due, massimo tre volte l'anno, oggi è un continuo: il risultato è stato un progressivo accentramento della politica estera nelle mani dei Premier, un trend comune alla maggior parte dei paesi europei. Prova ne sia che i vari Sottosegretari / Ministri per le Politiche Europe sono stati tutti progressivamente spostati dai Ministeri degli Esteri alle Presidenze del Consiglio.
Questo trend ha visto il suo apice in Italia con il tandem Mario Monti (ex Commissario europeo) - Enzo Moavero (già referendario alla Corte di Giustizia UE). Emarginato dal Primo Ministro, l'allora Ministro degli Esteri Giulio Terzi si è dedicato al micromanagement dei suoi ex-colleghi, lasciando ferite profonde, non ancora totalmente sanate (oltre che i due Marò in India). Con Letta lo schema si è ripetuto, senza che la Bonino lasciasse quel segno importante nella politica estera italiana che molti si aspettavano da lei.
A Matteo Renzi, accentratore per natura, ma anche per necessità - perché l'Italia non potrà cambiare finchè il potere resterà nella mani dei grandi burocrati - non è parso il vero di ereditare una Farnesina debole ed il controllo della politica estera, e con essa la relativa passerella mediatica.
Dopo aver perso il controllo delle politiche europee, la Farnesina ha recentemente perso anche la Cooperazione - la "cassa" e quindi il vero potere - diventando il fantasma di quello che fu. L'idea di nominare un politico alla guida di un Ambasciata non è nuova ed è permessa dalla legge. Prima di Renzi ci aveva provato, senza riuscirci, Berlusconi. Matteo è riuscito anche perché la Farnesina ha giocato male la partita, illudendosi che le consuete tattiche - resistenza passiva e gioco delle tre carte - bastassero a fermarlo. Dispiace piuttosto che ci sia andato di mezzo uno dei diplomatici italiani di punta, Stefano Sannino.
Adesso, caduta la testa del Segretario Generale, reo di non aver arginato il Primo Ministro, è necessaria una riflessione: le scelte che verranno fatte nei prossimi mesi saranno cruciali per il futuro della diplomazia italiana, e quindi della nostra politica estera. Perché è indubbio che l'Italia può avere ancora un ruolo, anche notevole, da giocare.
L'Italia non è una superpotenza, nè militarmente né economicamente. Ma l'idea dell'Italia ha ancora un'attrattiva enorme sul resto del mondo, dando ai nostri governi un conveeining power davvero unico: pochi dicono di no ad un invito a Roma o a Firenze - come Matteo ben sa dai tempi in cui era sindaco.
Secondo, l'Italia ha un patrimonio umano ineguagliato: la capacità negoziale dei nostri migliori diplomatici non ha rivali ed è grazie ad essa se riusciremo, come sembra, ad essere di nuovo eletti al Consiglio di Sicurezza ONU. Lo stesso savoir faire che caratterizza i nostri peace-keepers e pace-enforcers, Carabinieri in testa.
Su queste competenze dobbiamo contare ed investire. Investendo sulla nostra diplomazia, non disinvestendo: a patto, tuttavia, che essa si modernizzi e si riformi radicalmente. Nonostante le due riforme degli ultimi venti anni, la cultura predominante, gli usi - e spesso anche le norme! - sono infatti vestigia di un tempo che non è più.
Dalle mogli costrette ad essere "a carico" dei mariti - con relativa paghetta del Ministero - pena la revoca del passaporto diplomatico, necessario per stare con la propria famiglia - laddove gli altri paesi incoraggiano e aiutano i trailing spouses a trovare un lavoro all'estero - alle difficoltà delle diplomatiche donne, nella maggior parte costrette a rinunciare o alla carriera o alla famiglia. Per non parlare della nutrita schiera di diplomatici che riesce a fare carriera senza mai - o quasi mai - andare di stanza all'estero, diventando di fatto dei burocrati.
Nel momento in cui i diplomatici diventano burocrati, la diplomazia muore. Ma se la diplomazia cessa di esercitare le proprie funzioni, non ci aspettiamo poi che l'Italia giochi un ruolo rilevante nel mondo. Tra accademici si dice "publish or perish", per la diplomazia italiana si tratta oggi di "reform or perish".

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