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Al Locarno Festival 2017 Fanny Ardant sorprende nel ruolo di un transessuale

Logo Coming Soon Coming Soon 03/08/2017 Mauro Donzelli

Nella morsa del caldo come fosse una città italiana di questi giorni, Locarno ha aperto la sua 70esima edizione con una giornata piena: sono partiti il concorso, la sezione di scoperta cineasti del presente, oltre al ritorno in Piazza Grande di un film francese, nazione presente in gran forze quest’anno. A salire sul palco un nome di grande richiamo, certo non nuovo, quello di Fanny Ardant, ma quello che è senz’altro inedito è il suo ruolo: Farid, algerino di Francia che negli anni è diventato Lola; da ballerino dell’Opera Nazionale di Algeri a insegnante di danze orientali nel sud mediterraneo di Francia. Quando il figlio lo/a cerca, non avendo alcun ricordo di lui, in seguito alla morte improvvisa della madre, iniziano a complicarsi non poco le cose, specie il rapporto fra i due. Lola è una donna nata in un corpo di uomo, ne ha sofferto per molti anni, in un contesto sociale non certo avanzato come quello dell’Algeria degli anni 60.

Una delle bellezze del cinema transalpino, musa e compagna di François Truffaut, qui si presta con il consueto grande coraggio a far emergere sempre il suo lato femminile, ma partendo da premesse opposte, in Lola Pater di Nadir Moknèche, magrebino di Francia, giunto al suo quinto film. La performance della Ardant riesce in più occasioni a toccare le corde giuste, quelle del corpo come gabbia e della libertà di romperne le sbarre come soluzione per sconfiggere una vita potenzialmente infelice. La scoperta del diverso, pur parlando di padre e figlio, diventa qui occasione per tessere una nuova trama fitta sull’animo aperto con cui incontrare l’altro da noi, o quantomeno l’inconsueto. Il lusso di aspettare, di superare la prima opinione, il primo giudizio, per ascoltare con curiosità, senza additare con facilità sterile.

Sorretto con difficoltà da una sceneggiatura balbettante e troppo spesso così incerta da tornare sui suoi stessi passi, Lola Pater è costruito sulla sua protagonista, sempre pronta a sposare progetti inconsueti, senza paura di osare, di lanciarsi da un piano più in alto, col rischio di finire in un tonfo, ma la certezza di aver vissuto a pieno un mestiere funambolico come quello dell’attrice. “Il film non parla di transessualità, ma ci dice che abbiamo una vita sola, viviamola, con difficoltà e sofferenza, ma come vogliamo viverla”. Un manifesto che l’Ardant non dimentica mai, per un film imperfetto che ha la vitalità di personaggi che amano, anche se per questo si complicano il cammino.

Al Locarno Festival 2017 Fanny Ardant sorprende nel ruolo di un transessuale: Da padre a madre, inedita performance dell’attrice francese in Piazza Grande. © ComingSoon.it Da padre a madre, inedita performance dell’attrice francese in Piazza Grande.

Parlando di amore, l’adolescente protagonista dell’americano Beach Rats (Cineasti del presente) - visto al Sundance Film Festival dove ha vinto per la miglior regia- è in cerca della sua identità sessuale. Il padre è molto malato, la madre è sconvolta dalla quotidiana presenza della malattia in casa, mentre la sorella più piccola prende le misure dal primo fidanzatino e dalle prime pulsioni ormonali. Frankie, questo il suo nome, vive ai confini di Brooklyn, dove c’è giusto il mare, nella punta estrema della grande metropoli, ancora più in la di Coney Island, dove l’accento è russo e Manhattan non si vede neanche nelle giornate più chiare.

Frankie è cresciuto girando per i luna park celeberrimi della spiaggia più amata di Brooklyn, con i fuochi d’artificio del venerdì sera come colonna sonora, e ora anche salvaschermo del computer. Quel computer che apre solo per frequentare chat di incontri gay, che diventano subito incontri di sesso occasionale, fra una tangenziale e la spiaggia di notte in cui il mare si sente e non si vede. Cerca di capire, di conoscersi, non vuole arrendersi all’evidenza, frequenta una ragazza per avere le idee più chiare, ma non fa altro che confondersele. I suoi amici sono ragazzi di strada, le giornate le passano a farsi di ogni droga rimediata, anche quelle che prende il padre moribondo; non esiste la possibilità di coniugare il machismo d'obbligo con l’amore per gli uomini. Eliza Hittman indugia sugli addominali del bravo Harris Dickinson e dei suoi amici, in un’estate calda, con uno stile poco originale, sgranato e fatto di dettagli e primissimi piani, come da tradizione “indie da Sundance”, risultando la versione prevedibile di Moonlight, in cui ogni passo è rigorosamente scontato, tanto quanto la catarsi/tragedia finale, dietro l’angolo dal primo minuto. Occasione sprecata, Dickinson ha notevole presenza scenica e una “faccia da cinema” che potrebbe portarlo verso palcoscenici più prestigiosi.

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