Stai usando una versione precedente del browser. Usa una versione supportata per vivere al meglio l'esperienza su MSN.

Manuel Agnelli è Caravaggio, la sua voce per l'io dell'artista: "È un altro modo di cantare"

Logo La Repubblica La Repubblica 12/02/2018 VALERIA RUSCONI

"C'è un tale Michelangelo da Caravaggio che a Roma fa cose notevoli. Costui s'è conquistato con le sue opere fama, onore e rinomanza. Egli è uno che non tiene in gran conto le opere di alcun maestro, senza d'altronde lodare apertamente le proprie. Ora egli è un misto di grano e di pula; infatti non si consacra di continuo allo studio, ma quando ha lavorato un paio di settimane, se ne va a spasso per un mese o due con lo spadone al fianco e un servo di dietro, e gira da un gioco di palla all'altro, molto incline a duellare e a far baruffe, cosicché è raro che lo si possa frequentare". La fama di Michelangelo Merisi, noto come il Caravaggio, nato a Milano il 29 settembre 1571, precedeva di certo la spada da cui non si separava mai già ai suoi tempi, quando committenti, biografi e poeti - come il fiammingo Karel van Mander - si prodigavano nel tentare di fermare su carta una personalità e un talento strabordanti. Genio, assassino, rivoluzionario, incapace di sottostare alle regole e alle leggi. Certamente, provvisto di una coscienza e di una profondità fuori dall'ordinario, una dote, e forse piaga, di molti suoi tormenti. 'L’anima e il sangue' di Caravaggio ha provato a raccontarli il lungometraggio di Jesus Garces Lambert, al cinema per tre soli giorni il 19, 20 e 21 febbraio, in una delle prime produzioni in Italia realizzate in 8K. Il film è distribuito da Nexo Digital e targato Sky, con la consulenza scientifica dello storico dell'arte Claudio Strinati e la voce di Manuel Agnelli. Agnelli, cantante degli Afterhours, giudice di X Factor e conduttore della trasmissione Ossigeno, su Rai 3 da giovedì 22 febbraio, ha dovuto 'narrare' l'io del pittore ma, soprattutto, il sentire più profondo e combattuto dell'uomo.

Cominciamo dall'inizio: è un lavoro che hai cercato, che ti interessava affrontare, o è arrivato casualmente?

"Io non cerco mai nulla... vengono loro da me! Mi hanno coinvolto perché anche se apparentemente è distante da quello che faccio di solito - e infatti ho avuto bisogno di essere seguito - è stato comunque un lavoro che ha come mezzo la voce, ha a che fare con il timbro e l'emozionalità, che invece è ciò che faccio spesso. Alla fine non è così distante, come si potrebbe pensare, dal modo in cui io uso la voce. È solo 'un altro modo di cantare'".

Associ quindi questa esperienza molto al canto?

"La associo molto all'usare la voce, al canto moderno, che non è per forza impostato. A X Factor sono entrato in polemica con Levante perché divideva il cantato dall'urlato mentre per me questa divisione non esiste, è una roba da Medioevo. C'è stata questa polemica negli anni Cinquanta e Sessanta, con gli urlatori: pensavo l'avessimo superata. Alla fine per me la voce è voce: mi interessa tantissimo usarla in tutte le maniere possibili, e questa è solo una via, è solo l'inizio. Spero di avere altre occasioni, perché è stato molto emozionante, molto affascinante".

Cosa sapevi e cosa hai scoperto, partecipando a questo film, di Caravaggio?

"Sono un appassionato d'arte ma di Caravaggio conoscevo l'a b c, il riassuntino che sa la maggior parte delle persone; il fatto che fosse un personaggio controverso, pieno di contraddizioni... però è un artista straordinario, anzi, forse proprio per quello è un artista strepitoso. È stato capace di scavalcare l'etica in nome della sincerità, la sincerità creativa che ogni artista dovrebbe avere il coraggio di cercare: fare delle cose impopolari seguendo il proprio istinto, il proprio linguaggio, anche se in contraddizione con la propria etica. Mi sono avvicinato a lui attratto da questo aspetto più che a quello spirito che definisco 'rock & roll', che trovo anche forzato. Caravaggio era più di 'rock & roll': ha ucciso un uomo in duello, è fuggito... parliamoci chiaro, non ci sono molti rocker che hanno avuto questo 'tipo' di biografia!".

Molte opere di Caravaggio sono esposte a Milano, che è la tua e la sua città. Come ti sei preparato a realizzare L’anima e il sangue? Hai potuto vedere i suoi quadri dal vivo?

"Ho visto le sue opere a cinque centimetri dal mio naso, senza nessuno attorno: una fortuna meravigliosa. Anche per questo mi piacerebbe ripetere questa esperienza con altri, perché ti permette di avvicinarti a un artista in un modo privilegiato. Alcuni quadri lei conoscevo, altri li avevo visti solo in foto; la mia fortuna è stata d'essere l'unico spettatore, affiancato da persone che hanno saputo raccontarmele molto bene. Sono stato seguito in ogni passo, hanno cercato di spiegarmi più che altro il contesto in cui dovevo fare queste evocazioni e quindi il contesto emotivo di Caravaggio in quel momento e quello che gli stata accadendo. Ho imparato tanto dal punto di vista biografico e umano".

Hai partecipato anche alla stesura di queste 'evocazioni' che interpreti con la voce?

"No, ed è giusto così: non ho la legittimità di scrivere dei testi su un grande artista. Ci hanno pensato gli autori e soprattutto i critici che hanno preso parte alla stesura della sceneggiatura, che è stata realizzata consultando i più grandi critici dell'arte su Caravaggio, sia in Italia che nel mondo".

Qual è stato il lato più difficile di questa operazione? Non è possibile sapere che tono avesse la voce di Caravaggio e, inoltre, c’è differenza tra rendere il pathos di una canzone e quello delle sensazioni più intime di un uomo.

"Io ho fatto me stesso, non ho fatto una cosa fuori contesto. La difficoltà principale è stata questa: quando canti spesso riesci a sussurrare o esagerare se devi rendere una sensazione, qui ho dovuto esprimere sensazioni molto diverse con un tono di voce che non poteva essere così estremo, quindi la rabbia o la disperazione o la rassegnazione dovevano essere espresse con delle sfumature di voce sottili. Questa è stata la cosa più difficile: lavorare con le sfumature".

Una parola che ritorna spesso quando si legge di Caravaggio è 'impeto': l'impeto non solo del gesto pittorico ma anche della sua personalità turbolenta. C'è qualcosa che accomuna la tua musica con i suoi quadri?

"Non c'è legame, non voglio fare paragoni. Nessuno si può paragonare a Caravaggio, neanche dal punto di vista dell'attitudine; c'è sicuramente una visione del regista rispetto alle cose che dico, al timbro della voce che possiedo, all'emozionalità che metto nel canto; questo è il motivo per cui mi hanno chiamato, non perché la mia musica somigli in qualche modo alla sua opera. Certo, dicono che io sia un artista provocatorio, ma parlando di Caravaggio stiamo parlando di un genio assoluto. Credo di essermi sentito affine a lui per le contraddizioni che aveva come persona e, soprattutto, per la volontà di cercare una sincerità interiore che lo portava ad avere un'etica-non-etica".

Caravaggio era allergico alle regole, tant’è che diventò un fuorilegge. Però non guardava in faccia a nessuno, nemmeno ai committenti più importanti, quando si trattava di rispettare l'idea che aveva dell'arte: lo accusarono di 'mancanza di decoro', faceva scandalo perché usava come modelle delle prostitute, persino una affogata per raffigurare nel modo più reale la Vergine morta. La ricerca della verità nell'arte è necessaria?

"Caravaggio diceva anche che la pittura vive di inganni e illusioni, non solo di verità; la verità credo fosse nella sua visione, nel voler rappresentare la sua visione della pittura, non tanto nel voler forzare i contenuti. Credo usasse queste persone 'vere' non per provocare ma perché così riusciva a esprimere delle emozioni più forti. Non era la 'verità per la verità'. Sceglieva la verità perché è più potente, è più forte e ti emozione di più. In questo sento di assomigliargli".

Agli inizi Caravaggio non era contento di essere relegato a dipingere opere manieristiche, semplici nature morte. Voleva di più perché sapeva di valere di più. Nel film gli fai dire: "La mia arte vi stupirà, vi cambierà". Non voleva, insomma, far parte della schiera dei mediocri. Gli Afterhours, tu in particolare, non si sono mai accontentati della mediocrità.

www_internet-Esterne WWW (note) © Fornito da La Repubblica www_internet-Esterne WWW (note)

"Non ho la pretesa di essere un artista rivoluzionario, perché non lo sono. Nel diritto di pagare un prezzo per fare quello che voglio sempre - perché questa è la mia necessità - sì. Lui aveva delle velleità da genio, voleva rivoluzionare l'arte, io questa cosa non ce l'ho. Io ho trovato il mio linguaggio nella musica e non voglio abbandonare una cosa preziosissima che ho trovato".

Gli Afterhours hanno lasciato un segno?

"Non lo so. Non posso dirlo io. Un segno forse sì. Rivoluzionari... vorrebbe dire cambiare la storia della musica e la società. Questo noi non l'abbiamo fatto. Lasciare un segno vuol dire avere qualcosa da dire e dirlo con personalità nel momento in cui c'è bisogno di dirlo. E questo, sì, lo abbiamo fatto. Siamo in giro da trent'anni: forse un piccolo segno lo abbiamo lasciato".

Hai definito Caravaggio 'rock & roll'. Se fosse attivo oggi, che tipo di difficoltà dovrebbe affrontare?

"La mancanza di mezzi. C'è un oscurantismo globale per cui se sei in una scena d'avanguardia o alternativa sei contaminato da un'etica politica che non ti permette una vera libertà espressiva, perché devi essere coerente con il tuo percorso dall'inizio alla fine e questo Caravaggio non l'avrebbe mai accettato. Per contro, se hai i mezzi che aveva lui, i soldi e i mezzi dei committenti facoltosi, alla fine invece oggi saresti costretto a fare delle cose totalmente mediocri che, ancora una volta, lui non avrebbe mai accettato. Oggi valgono troppo i numeri, sono l'unico metro di giudizio. Viene tutto valutato in base ai milioni di copie che ha venduto oppure no. Questa è una distorsione terrificante specchio di un degrado culturale terribile".

Fai dire a Caravaggio: "Ogni volta il mutamento è vita". Tu stesso hai 'mutato' molto il ritmo del tuo passo. Prima eri solo un musicista, poi sei diventato organizzatore di festival, pochi anni fa giudice di talent, infine conduttore di programmi tv e, ora, hai lavorato per questo film. Cosa ti manca per allargare definitivamente i confini? Ti piacerebbe fare l'attore?

"Certo. Credo che uno degli aspetti più belli del Rinascimento fosse che un artista poteva applicarsi in ambiti molto diversi; uno scultore era anche un pittore o un architetto o imparava a farlo. Pensa a uno come Bernini. C'era una libertà pazzesca: Michelangelo. Cos'era Leonardo? Tutto. Loro erano dei geni. Senza arrivare lì... Ecco, io non l'ho mai pensata così. Non penso che il cantante debba fare solo il cantante. Penso di fare delle cose meglio di altre ma anche di possedere la libertà di fare quello che voglio. E lo farò".

Scegli tu!
Scegli tu!

Altro da La Repubblica

image beaconimage beaconimage beacon