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Grammy Awards 2019, lo show, i vincitori e i vinti: il commento di Rockol

Logo Rockol.it Rockol.it 11/02/2019 Rockol.it
Lady Gaga © Provided by Rockol.it Lady Gaga

Fa pensare che l'artista che ha vinto più di tutti ai Grammy Awards 2019 - Childish Gambino - sia anche l'unico ad aver snobbato in toto la cerimonia, non presentandosi nemmeno a ritirare due dei premi più ambiti, quelli nelle categorie Record of the Year e Song of the Year. Non convincono molto, a questo punto, le scuse addotte dal produttore della "music's biggest night" Ken Ehrlich, che - in parole povere - dei rapper ha detto che "se non si portano a casa i premi principali" a cantare allo Staples Center non ci vengono. Donald Glover ha vinto molto, e la sua presenza come performer avrebbe sicuramente dato un tono diverso a uno show lungo e tutto sommato privo di identità.

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Perché nonostante ai Grammy la macchina scenica funzioni sempre alla perfezione, quest'anno le performance chiamate a movimentare gli "Oscar della musica" non sono state esattamente memorabili: eccezion fatta per un paio di casa - St. Vincent e Lady Gaga, quest'ultima lanciatissima dal successo di "A Star Is Born" - i set messi in scena a L.A. hanno faticato a emozionare, pur partendo da presupposti promettenti (si prendano, ad esempio, Post Malone e i Red Hot Chili Peppers). I tributi - lunghi, enfatici e tutto sommato sfilacciati - hanno dato l'idea del pigro riempitivo, e non solo perché tutto sommato il tributo ha sempre una ragion d'essere, specie quando un'industria celebra sé stessa: accatastare quattro omaggi in una sola serata toglie peso e importanza anche agli omaggi stessi, ed è un peccato, quando i riconoscimenti sono indirizzati a figure di primissima grandezza come Aretha Franklin e Dolly Parton.

Non c'è niente che possa essere indicato come esecrabile, ai Grammy 2019, ma nemmeno nulla che ce li faccia ricordare. Quindi l'ipotesi che si potrebbe avanzare, per spiegare questo calo di tensione, è che la crisi di identità della music's biggest night sia quella di chi la organizza, cioè la discografia istituzionale americana: ai tempi dello streaming e di A Boogie wit da Hoodie, Neil Portnow e John Poppo - rispettivamente numero uno e due della Recording Academy - che salgono sul palco in doppiopetto a fare discorsi da primi ministri rappresentano lo scollamento non solo con gli artisti dell'ultima generazione (si veda Ariana Grande, che - sempre a detta di Ehrlich - avrebbe mandato al diavolo lo show e i suoi promotori per una questione di mero puntiglio), ma anche con il pubblico che i mostri sacri del country contemporaneo - tipo Kacey Musgraves, che quest'anno allo Staples Center ha fatto l'en plein - non li fanno entrare nelle proprie playlist. E che magari farebbe entrare Kendrick Lamar, che nonostante otto nomination - che alla vigilia di questi Grammy l'avevano investito del ruolo del grande favorito - ha racimolato solo un misero ex aequo in una categoria minore. Non è detto che il testimone della Recording Academy e dei suoi associati debba per forza essere raccolto da YouTube e Spotify, attenzione: per assicurarsi un futuro basterà, probabilmente, ascoltare per tempo e con attenzione il polso della situazione, onde evitare di celebrare sempre di meno quello che è e sempre di più quello che è stato. Anche per gli USA un'istituzione museo - la Rock and Roll Hall of Fame - ce l'hanno già.

Sulla distribuzione degli equilibri per mezzo dei premi - e della loro collocazione nella scaletta dello show, che considerando anche il pre-telecast raggiunge la ragguardevole durata di sette ore - c'è poco da aggiungere, rispetto a quanto osservato negli ultimi anni: i Grammy restano - come è giusto che sia, d'altra parte - un affaire americano, con i posti in prima fila spartiti tra rap, r'n'b e country. Che alla premiazione della categoria Best Alternative Music Album sia data molta meno importanza di quelle riservate a Best Regional Mexican Music Album (vinta, tra l'altra, da una nostra vecchia conoscenza, Luis Miguel) e Best Spoken Word Album dà la misura del disegno di chi ha progettato l'operazione, ma - appunto - non è il caso di lamentarsi. Così come i rocker oltranzisti, che protestino - e qualcuno l'ha già fatto, anche ad alti livelli - nel vedere il loro genere preferito ridotto a parentesi nella dependance dei Grammy - il Microsoft Theater - quasi svuotato da un interminabile treno di premiazioni, ascoltino e prendano esempio dal saggio Jerry Cantrell, che qualche ora fa s'è visto sfilare da sotto il naso la statuetta per la nona volta nella sua carriera con gli Alice in Chains: tutto cambia. Speriamo prima che poi...

(dp)

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