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Musica, se il valore del cambiamento sono ancora i vecchi miti

Logo Lettera 43 Lettera 43 28/03/2017 Massimo Del Papa

Iggy Pop spunta fuori dalle quinte attaccando Lust For Life. La banda la guida Josh Homme dei Queen Of The Stone Age, ma la stella è solo lui. Ed è ancora buono, dannazione, anche se i pettorali cedono e la pelle dei bicipiti è una bandiera al vento. Ha 70 anni. Stringe il cuore questo non arrendersi, patetico se vuoi, ma che altro potrebbe fare uno che da ragazzo usciva in un lago di sangue, il suo sangue, e brani di carne gli penzolavano dal petto come un orrendo albero di Natale umano? Che altro potrebbe fare un vecchio ragazzo se non suonare in una rock and roll band, macabro burattino condannato a danzare fin oltre la sua morte?

LA NOVITÀ È IL VECCHIO. Tocca ancora a loro, ricambio non ce n'è. Passano come meteore le nuove sensazioni e si ritorna sempre alla novità del vecchio, al brivido di quelli che hanno inventato tutto. Che succederà dopo la fine di Iggy, di Keith, di Mick, di Pete e di quanti si ostinano ancora a difendere la loro ultima offesa, quella alla legge di probabilità, quella al tempo “che non aspetta nessuno”?

PIÙ NULLA DA SCOPRIRE. Anche Chuck Berry, il padre di tutti loro, 90enne s'è arreso, ed è sicuro che continuerà a vivere nelle illusioni e nelle scariche elettriche di ogni ragazzino che per la prima volta imbraccerà una chitarra, ricominciando tutto da capo e credendo di essere il solo al mondo a provare quella scarica elettrica nelle gambe. Ma sempre a loro, ai dinosauri si tornerà. Perché da inventare, da scoprire non sembra essere rimasto più niente. Anche i nuovi padrini del neofunk, dell'hip hop da XXI secolo non vanno forse a reclutare George Clinton dei Parliament e i Funkadelic?

Il mondo della musica piange Chuck Berry © Fornito da Lettera 43 Il mondo della musica piange Chuck Berry

Non è tanto un fatto di omaggio per le radici. È la consapevolezza che quel tempo musicale era un'altra cosa e i motivi li conosciamo, le differenze sono fin troppo conclamate: non si usciva da una lunga pace narcotica, ma dalle macerie di una guerra globale; c'era una gioventù spaventata e arrabbiata che non intendeva assolutamente sedersi nei posti che la società della ricostruzione industriale aveva già apparecchiato per loro; quella gioventù si contagiava a vicenda, suonando, sperimentando, impazzendo.

IL MERCATO ERA VERGINE. La società non era preparata e perse la sua battaglia frontale nel vano tentativo di arginare una musica che intanto la cambiava; il mercato era vergine, e seppe attrezzarsi in modo lungimirante e cinico, trasformando ben presto le istanze sovversive e antagoniste in una forza di penetrazione commerciale (il rock ha sempre vissuto nel sospetto di non essere, al fondo, che una grande truffa).

SPAZIO OGGI PROSCIUGATO. C'era, insomma, spazio per sfondare. Oggi ogni spazio sembra essersi prosciugato e il Wall Street Journal, sorprendentemente, si è appena preoccupato per la faccenda, anche se non da una prospettiva epica-sentimentale, quanto da quella che gli è più congeniale, quella dei soldi: quali saranno, si chiede il prestigioso foglio finanziario, le conseguenze economiche di una Spoon River in progress che ogni anno segna decessi prestigiosi nel mondo delle rockstar, atteso che gli epigoni non riescono neppure a sciogliere loro i lacci dei calzari?

Il rock, o se si preferisce la musica commerciale, finirà proprio per mancanza di industria, secondo il Wsj che ha fatto qualche calcolo in tasca agli artisti accorgendosi, per esempio, che uno come Justin Bieber, pur suonando il doppio, alla fine incamera meno della metà di un Bruce Springsteen. La testata finanziaria tenta di individuare le cause di questo tramonto, che ha molto di generazionale: intrattenimento più diversificato, fondamentale impotenza delle radio nel lanciare le nuove big things, scarso sostegno delle case discografiche (ormai ridotte, potremmo aggiungere, al ruolo di filiali di concentrazioni multinazionali assai più estese).

WSJ, POCO OLTRE I NUMERI. Tutto molto giusto, ma in fondo è come dire che i tempi sono cambiati perché i tempi sono cambiati, una spiegazione tautologica che analizza molto, però non spiega granché. È il difetto dei contabili, che oltre le tabelle dei numeri non vanno. Invece c'è molto di più.

I MITI AVIDI, CRUDELI E INETTI. C'è, appunto, il lato romantico. C'è che questi vecchi ragazzi erano avidi, superficiali, depravati, crudeli, spesso inetti in tutto ciò che non fosse fare spettacolo su un palco. Però erano anche devoti a quello che facevano, alla fine la (stupefacente) musica che creavano, che incarnavano, restava in cima alle priorità. «Ci sentivamo come dei Magellano del rock, volevamo circumnavigare gli oceani», ha detto una volta Keith Richards.

Keith Richards annuncia Crosseyed Heart © Fornito da Lettera 43 Keith Richards annuncia Crosseyed Heart

Molti ci hanno lasciato la pelle, in questo gioco che non era un gioco. Poi, d'accordo, il Wall Street Journal della situazione potrà bene osservare che, d'altra parte, c'erano un mercato e una società aperti, permeabili che consentivano tutto questo. Ma è solo un ribaltare la comprensione dei fatti. Il gioco di ogni civiltà è questo, permettere a chi la cambia di cambiarla e insieme assorbirlo, cambiare chi la sta cambiando.

C'ERA UNA VOLTA IL CARISMA. I fattori autentici erano altri. Erano che questi ragazzi furono musicisti empirici, in grado di inventare i loro stili, assai meno preparati tecnicamente dei successori, ma proprio per questo capaci di cogliere le sfumature, le note giuste, l'approccio sul palco di ciò che andavano elaborando. Avevano, insomma, la sensibilità giusta e quel che si chiama carisma, la componente fondamentale di qualsiasi fenomeno. Senza carisma non c'è niente, la stessa musica non sa di niente. Bravi si diventa, artisti si nasce.

QUEL SENSO DI "PERICOLOSITÀ". L'altra faccia del carisma era, e resta, il legame profondo, onesto nel mare di infamia e di ferocia, tra quello che suoni e quello che sei. «Il rock, per essere davvero tale, deve essere pericoloso», ha spiegato Mick Jagger. Quel senso di pericolo per cui andavi a un concerto e non sapevi come ne saresti uscito e non sapevi cosa sarebbe accaduto lì davanti, sul palco. Erano giovani che a 25, 30 anni spesso erano bruciati, dovevano già rinascere dalle proprie ceneri e lo facevano con durezza, con violenza, ma senza smettere di credere a una illusione. Erano pericolosi sul serio, non c'era tutto quel politicamente corretto a fasciarne le ali.

Oggi di pericoloso, per dire di mortalmente vitale, si stenta a riconoscere perfino le tracce. Lo stesso fattore trasgressivo è stato svuotato da dentro, vuoi perché i dinosauri hanno praticamente violato e trasgredito tutto il possibile, e anche molto oltre, vuoi perché gli artisti di oggi non si azzardano più: gli unici messaggi eversivi sembrano concentrati in una matrice sessuale sempre meno oscena, nell'accezione che ne dava Carmelo Bene, “fuori dalla scena”, e sempre più pornografica-pubblicitaria fine a se stessa.

SE OGNI TRASGRESSIONE È DIRITTO... Ma per quanto possa spingere sull'eccesso visivo-sessuale, ogni epifania viene riassorbita in una teoria dei diritti secondo la quale ciascuno deve poter essere chi è, oppure chi vuole essere, oppure chi pretende di essere. Se ogni trasgressione finisce in diritto, siamo rovinati, la società comandata dai dei vecchi bastardi non si muove più e questo è uno dei drammi non solo del rock, ma della vita associata in genere.

NESSUNO VA OLTRE I PROPRI LIMITI. Gli artisti attuali sembrano averlo intuito, e stanno bene attenti a non disturbare un manovratore che, d'altra parte, non ha alcun timore di essere disturbato: eccoli lì, tutti in fila per tre, col resto di due mentre organizzano eventi sociali, twittano cose giuste, si spendono per campagne umanitarie, solidali, più diritti per tutti: tutto molto bello, ma che rockstar sei? Se non vai oltre i tuoi limiti, giocandotela per la vita, cosa lasci in eredità?

Bruce Springsteen © Fornito da Lettera 43 Bruce Springsteen

Il Wall Street Journal della situazione non può capirlo questo e invece il punto sta qui, come un colossale rimorso virtuoso. E ricambio non c'è; c'è solo una noia colossale da questi mestieranti che non sono artisti, sono compagnie, sono intraprese, sono nati multinazionali senza mai essere passati per lo stato dell'arte. Innocui anche nel vizio, salici piangenti che vendono tanti dischi ma per una stagione o due, poi vanno in pezzi e non c'è epica da raccontare in loro, non c'è proprio un racconto: può occuparsene un Wall Street Journal, perché sono solo materia per conti, fatturati e bilanci.

CI INSEGNANO ANCHE LA MORTE. Sono velociraptor avidi, ma vivono poco. E i dinosauri restano, e resteranno anche quando si saranno tutti estinti. Questi vecchi ragazzi hanno insegnato al mondo come essere giovani, e poi come essere vecchi: adesso ci insegnano la morte, e la sopravvivenza dopo la morte. Dopo di loro il diluvio, dopo di loro il deserto. C'è una nuova serie poliziesca, in televisione, si chiama Prime Suspect1973, è inglese, tratta dal romanzo Tennison di Linda la Plante, è ambientata nel '73 e la prima sequenza del primo episodio si apre sulle note di Can't Find My Way Home cantata da Joe Cocker. Lo capisci subito che sta arrivando qualcosa.

Springsteen © Fornito da Lettera 43 Springsteen
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