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La scienza in campo contro il tacco 12 (ma il suo fascino rimane intatto)

Logo Corriere della Sera Corriere della Sera 05/08/2017 di Daniela Monti
© Fornito da RCS MediaGroup S.p.A.

«E davvero non so che cosa le mie tette abbiano a che fare con questo. Tutto ciò mi confonde, sono semplicemente sbalordita». Ecco: sostituite alla parola «tette» la parola «tacchi» e avrete una nuova versione dello sfogo che Emma Watson — femminista della quarta ondata, quella del femminismo inclusivo, collaborativo, che manda in soffitta la guerra dei sessi — fece all’indomani delle polemiche per certe sue foto poco castigate. L’avessero criticata per lo stiletto — «una vera femminista non lo porta!» — avrebbe risposto certamente così: non so che cosa i miei tacchi abbiano a che fare con questo. Ciascuna faccia ciò che vuole. Libere di essere, di pensare, di portare un tacco 12 o di non portarlo. Discorso chiuso.

E invece non è così semplice. Perché 1) ci sono situazioni in cui non si può scegliere se scendere dai tacchi o starci sopra. Nicola Thorp, per esempio, centralinista britannica: quando si è presentata al lavoro rasoterra è stata licenziata. La divisa imponeva tacchi dai 5 ai 10 centimetri (oltre a collant non opachi, capelli senza ricrescita, trucco curato). In Gran Bretagna la sua storia è arrivata in Parlamento, ma l’invito a introdurre una legge che vieti l’imposizione dei tacchi è stato respinto; 2) ora anche la scienza è contro lo stiletto: è dimostrato che è all’origine di tutta una serie di patologie muscolo-scheletriche, ragazze siete avvisate. La ricerca viene dall’Università di Aberdeen. Un’ampia revisione di studi ha portato alla conclusione che «esiste una correlazione tra tacchi alti e problemi fisici come borsiti, dolori muscolari e lesioni. Non è stato invece dimostrato un legame con l’osteoartrosi».

«Non stiamo cercando di dire a nessuno se deve o non deve indossare i tacchi», ha messo le mani avanti Heather Morgan, del team di ricerca. Lo scopo dell’intera operazione è un altro: fare pressione perché non possa più accadere un caso Nicola Thorp. «Il governo britannico — ha spiegato Max Barnish dell’università — dovrebbe seguire l’esempio di altri che hanno introdotto leggi per vietare l’obbligo dei tacchi piuttosto che basarsi sulla legislazione esistente, che ha lasciato la situazione incerta e aperta a interpretazioni errate». Altri come la provincia canadese della Columbia britannica, per esempio, che ha modificato la legislazione per proibire che i datori di lavoro richiedano al personale di indossare tacchi alti.

Anche la Scozia, dice la Bbc, ci starebbe pensando. Ma i tacchi sono una brutta bestia: oggetto culturale complesso, non basta un referto medico per buttarli fuori dalla scarpiera. Fatto l’elenco delle patologie di cui sarebbero responsabili, lo studio di Aberdeen prosegue riconoscendo che ci sono una serie di ragioni sociali e culturali che li rendono «estremamente attraenti» e possono «premiare» chi li indossa con un surplus di attenzione maschile, portando a «benefici sociali». Dunque, riassumendo: potranno anche fare male alla salute, ma alla carriera probabilmente no. La ricerca di Aberdeen si ferma qui, lasciando inevasa l’unica, vera domanda: i tacchi sono un simbolo di potere o sono la prova dell’assenza di potere femminile?

Sul Guardian Deborah Orr parteggia per la seconda: «Le donne sono ingannate dai loro tacchi: sono loro ad avere il potere, non noi». Una femminista della quarta ondata — ragazze che affollano uffici e università, donne che forse, per la prima volta nella storia, si sentono davvero libere — interrogata sul potere femminile probabilmente risponderebbe: non so che cosa i miei tacchi abbiano a che fare con questo.

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