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Perché si può perdere la parola dopo un ictus

Logo OK Salute OK Salute 15/01/2020
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Quando si sveglia, in un letto dell'ospedale Umberto I di Roma, Andrea Vianello non riesce più a tradurre i suoi pensieri in parole. Sa quello che deve dire, conosce i vocaboli da utilizzare ma dalla sua bocca escono solo suoni confusi e incomprensibili. A distanza di un anno da quell'esperienza, l'ex direttore di Rai 3 pubblica Ogni parola che sapevo (Mondadori), un libro che ripercorre la sua drammatica vicenda: il 2 febbraio 2018, infatti, il giornalista viene colpito da un ictus, in seguito al quale perde la capacità di comunicare.

Afasia: cosa significa

«Questo disturbo viene definito afasia ed è causato da una lesione in particolari aree della corteccia cerebrale dell’emisfero dominante, che è prevalentemente il sinistro, responsabile dei processi linguistici» interviene Massimo Del Sette, Direttore S.C. Neurologia Ospedali Galliera di Genova. Con il termine "afasico", inoltre, si indica sia chi ha difficoltà a esprimersi verbalmente, nonostante sia intatta la capacità di comprensione del linguaggio, sia chi fa fatica a capire le parole "in entrata", cioè quello che gli viene detto da chi gli sta attorno». Che l'afasia prenda una piega piuttosto che un'altra dipende fondamentalmente dalla sede dell'emisfero colpita e dalla dimensione del danno cerebrale. «Può anche accadere che il paziente faccia fatica a parlare a causa di un problema di mobilità a carico delle strutture deputate all'emissione di suoni, come ad esempio labbra e lingua. In questo caso non si parla di afasia ma di disartria».

Cosa si può fare per re-imparare a parlare

Se il paziente, magari dopo un ictus, viene colpito da afasia, è necessario intraprendere un percorso riabilitativo, proprio come racconta Vianello stesso nel libro. «Esistono dei professionisti, i logopedisti, che si occupano del recupero della capacità di linguaggio, sillaba dopo sillaba» continua Del Sette. «La durata del trattamento è variabile e può durare anche tutta la vita, anche se il lavoro più intenso e importante si fa nei primi 12 mesi. Dopo questa prima fase, ci si può concentrare sulla cosiddetta "riabilitazione sociale", grazie alla quale il paziente può superare disagi emotivi e stati di tristezza o depressione, e tornare alla piena inclusione». Tra gli strumenti più utili in questo senso c'è anche la musicoterapia, che contribuisce ad attivare canali diversi da quelli verbali generalmente utilizzati.

La musicoterapia come forma di riabilitazione

Per questo motivo A.L.I.Ce. Italia Onlus ha dato vita al Coro degli Afasici, un progetto destinato a chi ha già preso parte a un percorso riabilitativo ma vuole lavorare sui propri stati d'animo. «L'afasico ha difficoltà a parlare ma quasi sempre riesce a cantare» conferma Nicoletta Reale, Presidente dell'associazione. «Questo è possibile perché il linguaggio verbale e la musica non sono nello stesso emisfero cerebrale: il primo è nell'emisfero dominante, la seconda rientra in quello non dominante. Questo è il motivo per cui una persona che non riesce ad articolare neanche le frasi più semplici può, con l’esercizio, unire la propria voce a quella degli altri, anche solo sillabando» continua la dottoressa.

Come comportarsi con una persona afasica

All'interno del percorso di riabilitazione, anche i familiari e i caregiver dell'afasico devono saper adottare dei comportamenti adeguati per facilitare la comunicazione. «Bisogna, ad esempio, lasciare tutto il tempo necessario al proprio caro per elaborare e tradurre il pensiero. È necessario porre domande semplici e dirette, in modo che l'afasico possa avere la possibilità di rispondere semplicemente con un sì o con un no, senza dover elaborare frasi complesse sul piano sintattico. Per farsi capire meglio ci si può anche aiutare con la comunicazione non verbale, come cenni del capo o movimenti delle mani» suggerisce Del Sette. Ci sono anche delle cose da non fare, però. «Bisogna evitare di parlare troppo velocemente e alzare la voce. Nel nostro immaginario una persona che fa fatica a esprimersi viene equiparata a una che ha difficoltà di udito: non è così. Il tono di voce va mantenuto normale. E poi non va utilizzato un linguaggio elementarizzato, come quando si ha a che fare con un bambino. Non siamo di fronte a degli infanti ma a persone che hanno solo perso l'accesso al vocabolario» conclude il professore.

Chiara Caretoni

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