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Tutto sul dilofosauro e sulle due creste che utilizzava per riconoscere gli amici

Logo Esquire Esquire 3 giorni fa Di Redazione Digital

Come è avvenuto per altre specie preistoriche, anche per il dilofosauro il mondo di Jurassic World ci ha restituito una versione un po’ distorta della realtà: questo esemplare, infatti, non sputava veleno dalla bocca come i cobra e non possedeva un collare retrattile attorno al collo. Più semplicemente - e come afferma il nome - era solo dotato di una doppia cresta che correva dal naso alla testa e che, con ogni probabilità, serviva a distinguere i singoli individui all’interno di un branco. I suoi primi resti sono stati ritrovati negli anni Quaranta, ma i paleontologi hanno dovuto aspettare quasi trent’anni prima di capire che non si trattava del megalosauro a cui inizialmente era stato assimilato: vediamo quindi cos’altro abbiamo scoperto da allora.

Com’è fatto il dilofosauro

Vissuto durante il Giurassico inferiore circa 193 milioni di anni fa in una terra che oggi sarebbe identificabile con l’Arizona nordamericano, il dilofosauro era ai suoi tempi uno dei predatori di più grandi dimensioni sul pianeta: dalla testa alla coda, infatti, poteva misurare fino a sette metri, mentre il suo peso poteva raggiungere anche i quattrocento chili. Stando a quanto scoperto fino ad oggi, poi, maschi e femmine non presentavano particolari differenze né per dimensioni, né per conformazione fisica dei singoli distretti corporei.

A renderlo così temibile erano i suoi denti lunghi e affilati: il dinosauro, infatti, ne presentava dodici sulla mascella e diciotto sulla mandibola. Tra i tratti più caratteristici che lo differenziavano da qualsiasi altra specie c’erano poi un osso lacrimale ispessito nella porzione posteriore; vertebre cervicali dotata di spine; piccole creste sul muso che si estendono anche sulla calotta cranica.

dilofosauro veleno © Kevin Schafer - Getty Images dilofosauro veleno

La doppia cresta del dilofosauro

È proprio questa doppia cresta estesa dal naso al cranio ad essere la vera peculiarità distintiva del dilofosauro: due escrescenze parallele, infatti, correvano sulle sue ossa craniche e lacrimali, anche se ancora adesso gli scienziati hanno dubbi sulla loro reale funzione. I resti fossilizzati, infatti, dimostrano una loro eccessiva debolezza per poter ipotizzare un utilizzo diverso dalla sola visualizzazione intraspecifica (quindi, per favorire il riconoscimento tra esemplari della stessa specie): tuttavia, si pensa potessero essere anche un segnale intimidatorio lanciato verso i rivali o i predatori. Ad ogni modo, il dilofosauro dovrebbe essere stato il primo a presentare questa caratteristica, poi passata - in diverse forme e dimensioni - anche agli altri teropodi.


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La sensazionale scoperta del dilofosauro

I primi resti di dilofosauro recuperati dai paleontologi vennero trovati nel 1942 nella Formazione Kayenta, una porzione di terra corrispondente all’attuale Arizona scoperta solo due anni prima da un Navajo di nome Jesse Williams. Si trattava di due esemplari distinti che furono subito portati a Berkeley nel tentativo di ricostruirne lo scheletro. All’inizio, vennero identificati con il nome di Megalosaurus wetherilli, in omaggio a John Wetherill responsabile del ritrovamento e per sottolineare le grandi dimensioni di questa nuova specie, del tutto simili a quella del megalosauro già analizzato. Tuttavia, quando nel 1964 lo studioso Welles tornò sul sito, dalle ricerche emersero nuovi fossili in prossimità del luogo in cui erano stati trovati i primi. Questi, però, presentavano una caratteristica in più: delle escrescenze sulla testa precedentemente non notate. Doveva quindi trattarsi di una specie diversa alla quale, nel 1970, venne dato il nome di Dilophosaurus per riferirsi a una lucertola (sauros) dotata di una doppia (di) cresta (lophos).

dilofosauro sputa veleno © Harm Plat/Stocktrek Images - Getty Images dilofosauro sputa veleno

Comportamenti e abitudini del dilofosauro

Secondo gli scienziati, il dilofosauro doveva essere bipede poiché provvisto di arti posteriori lunghi e potenti (con femore più esteso della tibia) e arti anteriori troppo corti per poter pensare a un loro impiego nella locomozione. La particolare conformazione delle gambe portanti, inoltre, lascia pensare a grandi abilità nella corsa: una capacità indispensabile che ogni predatore ha dovuto sviluppare. Secondo alcuni paleontologi tra cui lo stesso Welles, questo dinosauro sarebbe stato un animale da branco e avrebbe vissuto all’interno di gruppi ristretti: i fossili, infatti, non sono mai stati trovati a troppa distanza l’uno dall’altro. Tuttavia, c’è anche chi afferma che un comportamento di questo tipo non era frequente in quell’era geologica e che i resti sarebbero stati avvicinati solo dalle frequenti inondazioni del tempo. Ad ogni modo, la doppia cresta finalizzata al riconoscimento dei singoli individui porta a confermare l’ipotesi di Welles.

Per quanto riguarda l’alimentazione, invece, anche in questo caso la comunità scientifica non è riuscita a trovare un punto d’incontro comune: il cranio del dilofosauro, infatti, doveva caratterizzarsi per una grande mobilità che, secondo alcuni, era resa pericolosa da un apparato muscolare complesso; secondo altri, però, era una caratteristica di debolezza che difficilmente poteva andare d’accordo con una dieta a base di prede di grandi dimensioni. È stata dunque avanzata la tesi secondo cui il dilofosauro sarebbe stato saprofago: in questo caso si sarebbe nutrito di corpi di animale già in decomposizione. Un’altra corrente di pensiero, però, lo vuole pescivoro, poiché il suo cranio non differiva poi tanto da quello degli spinosauridi.

In quali musei vedere il dilofosauro

Sebbene sue ricostruzioni siano presenti in tutti i Musei di Storia Naturale più grandi (come quello di Milano), ne esistono alcuni che ospitano i fossili originali e non solo calchi artificiali. Tra questi menzioniamo il Royal Ontario Museum di Toronto, l’American Museum of Natural History dell’Upper East Side di Manhattan, il Royal Tyrrell Museum di Alberta, il Museum of Northern Arizona a Flagstaff e il Museum of Paleontology dell’Università della California.

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