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Come difendersi - e controbattere - agli attacchi di 5 tipi di uomini in ufficio

Logo D La Repubblica D La Repubblica 18/09/2018 di Stefania Medetti
© Fornito da La Repubblica

Insidioso, disinvolto, politicamente corretto e addirittura amichevole: il sessismo odierno è così, fa notare Jessica Bennett, giornalista americana specializzata in differenze di genere (scrive di quest’argomento per il New York Times) e autrice di “The Feminist Fight Club”. Un libro-manifesto, arrivato in Italia con Salani, che affronta con un linguaggio irriverente e diretto i problemi con cui le donne che lavorano devono fare i conti.

Le donne e la paura di non essere all'altezzaPerché, come ci ricorda Bennett, molte cose sono cambiate dagli anni Cinquanta, ma lavorare in un ufficio è come camminare su un campo minato. Che non si tratti semplicemente di un’impressione dell’autrice Bennett emerge da una serie di incontri spontanei nati a New York a partire dal 2009 da cui è nata l’idea del Fight Club. Nel gruppo, le professioniste della knowledge economy hanno cominciato a condividere apertamente i problemi del loro posto di lavoro e hanno capito che quello che stavano vivendo non era un caso isolato. Questo le ha messe sulla strada giusta per scoprire e condividere strategie per affrontare il problema. L’esperienza del “Fight Club”, adesso, è una serie di tattiche da combattimento con cui gestire il campionario degli atteggiamenti sessisti che, scrive Bennett: “Non sono mai troppo palesi e dunque ardui da quantificare e ancora più da denunciare, perché magari non sono neppure consci e intenzionali. Possono manifestarsi anche in capi benintenzionati, colleghi progressisti e perfino femministi”. 10 segnali per capire se i colleghi ti odianoFacili da ignorare, ognuno di questi atti da solo non è sufficiente per scalfire la fibra, ma il problema è che con il tempo si accumulano sull’autostima delle donne. Senza contare la variabile dell’auto-sabotaggio: “Siamo il prodotto di secoli in cui ci hanno dato del “sesso debole” ed esortate a stare al nostro posto, finché quella sensazione non ci ha saturato la psiche e le ossa. Poi, c’è la confusione: prima ci dicono che possiamo realizzare qualunque cosa ci venga in mente e dopo scopriamo che non è così vero e non è un problema di merito”. Al netto degli atteggiamenti mentali con cui tendiamo a sabotare la nostra carriera (ma possiamo anche smettere di farlo) o quella delle altre donne (è ora di iniziare a sostenerci), ecco cinque fra gli archetipi di antagonisti più comuni con cui fare i conti e come metterli al loro posto.

 

1. Masterruttore

Questo tipo di uomo si riconosce dal fatto che non può resistere alla tentazione di interrompere una donna quando parla durante una riunione.

Come si gestisce: ripagandolo con la sua stessa moneta. Continuando a parlare sopra la sua voce fino a quando non starà zitto oppure esplicitando il fatto che ci sta interrompendo: “Non ho ancora finito, dammi un altro minuto”. Va ancora più lontano l’intervento di un’altra donna presente: “Aspetta, lasciala finire”, perché questa frase non solo ferma il “Masterruttore”, ma rafforza il legame fra le donne della stessa azienda. Anche definire il proprio spazio fisico attorno al tavolo aiuta, arrivando prima del tempo per occupare il posto vicino a dove si prendono le decisioni e sporgendosi fisicamente in avanti quando si parla. Ultima nota: una donna in posizione di potere può stabilire che non sono ammesse interruzioni durante la riunione.

 

2. Maspropriatore

È il collega che si prende il merito di un’idea altrui e non esita a incassare anche le lodi per risultati non suoi.

Come si gestisce: innazitutto, bisogna specificare in maniera chiara e diretta il copyright di un’idea, usando termini attivi come “Propongo di provare a…”. Allo stesso modo, ringraziare chi apprezza la propria idea (“Mi fa piacere che siate d’accordo”) è una strategia che può essere estesa anche per iscritto. “Se durante una riunione hai tirato fuori un’idea pazzesca, falla seguire da un’e-mail post-incontro in cui la riassumi per i tuoi superiori, mettendo in copia per conoscenza chiunque ritieni necessario per fargli sapere che adesso è tutto scritto”, suggerisce Bennett.

 

3. L’appuntronzo

È quello che ti tratta come se fossi la sua segretaria e che ti chiede di fare questa o quell’altra cosa: passargli dei documenti, prendere appunti, portare il caffè.

Come si gestisce: dichiarare la propria ignoranza è una soluzione che premia. “Come fa la stratega digitale Aminatou Sow: quando i colleghi maschi le chiedono di fare il caffè, lei risponde garbatamente che sarebbe felice di esaudirli, se solo ne fosse capace; ma la mamma non glielo ha mai insegnato, in modo che non si ritrovasse costretta a farlo”, racconta Bennett. Si può anche rovesciare la richiesta su un collega: “Perché non chiedi il documento a … che è un genio di Excel?”. Ma soprattutto, antenne alzate: bisogna classificare una richiesta per quella che è per non farsi cogliere impreparate. “La maggior parte dei compiti di segreteria ricade sulle donne, ma al tempo stesso le donne tendono ad accettare di svolgerli e anche a offrirsi volontarie. Dire di no è di difficile, lo sappiamo; ma non offrirsi fin da subito è molto più facile”.

 

4. Il Menstruomostro

È quello che “dà per scontato, ogniqualvolta dalla bocca di una donna esce un’affermazione risoluta, che si trovi ‘in quei giorni’. Dal suo punto di vista, il tono di voce che hai usato non può assolutamente dipendere dall’urgenza di una situazione, ma solo dal fatto che non ti sei presa un antidolorifico”, secondo la descrizione di Bennett.

Come si gestisce: la prima strategia è all’insegna dell’”Insulta & liquida”: “No, non ho il ciclo. In compenso, il tuo rapportino sulle vendite finirà col dissanguare l’azienda”. In questo tipo di situazioni, sottolinea l’autrice, esiste un doppiopesismo: “Un maschio arrabbiato è solo “arrabbiato”, mentre una donna arrabbiata “ha l’ormone”. Per intaccare la situazione, le donne possono sottolineare il perché della loro agitazione con una formula tipo: “Se sembro arrabbiata è perché lo sono e sono arrabbiata perché (inserire un obiettivo professionale condiviso)”.

 

5. Il Mammofobo

Si riconosce perché considera le mamma del team poco serie e impegnate e ignora il fatto che, secondo numerosi studi, le madri sono più ambiziose delle colleghe senza figli.

Come si gestisce: il Mammofobo va bloccato all’istante sottolineando che la cura dei figli e la passione per il proprio lavoro non sono auto-escludenti. Se la persona ipersensibile all’argomento è il proprio capo e chiedere di uscire prima per un’incombenza legata ai figli vi mette a disagio, Bennett suggerisce di inventarsi un’altra ragione senza sentirsi in colpa. Analogamente, attenzione anche al proprio comportamento: capita, infatti, che le donne utilizzino gli stessi parametri di un Mammofobo nei confronti delle colleghe che magari devono riprogrammare gli orari per seguire questioni familiari.

 
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