Stai usando una versione precedente del browser. Usa una versione supportata per vivere al meglio l'esperienza su MSN.

Come fare coming out con amici, genitori e colleghi

Logo D La Repubblica D La Repubblica 11/10/2018 di Eleonora Giovinazzo
© Fornito da La Repubblica

Sono numerosissimi gli epiteti di natura dispregiativa usati per rivolgersi ai gay, sussurrati alle spalle o sparati in faccia con la forza di uno schiaffo. Per le lesbiche non c’è una gamma altrettanto vasta di insulti eppure, chiunque non sia eterosessuale e si prepari a un coming out, sa che potrebbe andare incontro - nella migliore delle ipotesi - a derisioni di questo tipo. Sa che socialmente la nostra è ancora, nonostante i passi avanti, una società prevalentemente omofoba. Come dimostrano anche le aggressioni: una delle più recenti è quella ad Angelo e Andrea, una coppia che vive a Verona. I due si sono sposati a Barcellona nel 2015 e già l’11 agosto erano stati aggrediti da un branco di ventenni. Nelle settimane successive avevano ricevuto una lettera con scritto “Voi culattoni, negri, ebrei, spastici finirete tutti nelle camere a gas. Viva Mussolini. Viva Hitler”. Il 12 settembre sul pianerottolo della loro casa verso le 02:00 di notte qualcuno ha lanciato addosso ad Andrea della benzina. Come se non bastasse, sui muri della loro casa hanno trovato le scritte “Culattoni bruciate”, “Vi metteremo tutti nelle camere a gas”, con disegnata una svastica e altre taniche di benzina in cortile. Se Andrea non si fosse svegliato per il trambusto probabilmente avrebbero incendiato la loro abitazione.  

Crescendo in una società ancora così ignorante e intollerante, come possono ragazzi e ragazze trovare la forza di fare coming out? Da dove si può iniziare a fare del mondo un posto migliore in cui vivere? Ci siamo confrontate con la psicoanalista Laura Porzio Giusto per parlare della complessità del coming out e di quanto siano importanti il linguaggio e la conoscenza.

Dottoressa Porzio Giusto, perché è così difficile fare coming out all’interno della propria famiglia?

"Perché viviamo all’interno di contesti sociali in cui è ancora molto radicato il pregiudizio verso le persone gay, lesbiche e di tutta la comunità Lgbt. Per questo, gay e lesbiche vivono in una situazione di “minority stress”, ossia vivono lo stress di appartenere a una minoranza. La prima dimensione del minority stress è l’omofobia interiorizzata: si prova un senso di auto-disprezzo, sentimenti di vergogna, scarsa autostima e la sensazione di avere qualcosa in meno, ossia la persona omosessuale interiorizza pregiudizi, etichette, e pensieri svalutanti nei riguardi dell’omosessualità. La seconda dimensione è lo stigma percepito, ossia lo stress che la persona vive relativamente alla possibilità di essere riconosciuta come gay o lesbica. È come uno stato di allerta continuo, tanto più intenso quanto il proprio contesto e ambiente sono percepiti come ostili. La terza dimensione è legata alle esperienze di discriminazione e violenza vissute, che possono essere aggressioni fisiche o verbali, o qualsiasi discriminazione dovuta all’orientamento sessuale o all’identità di genere, per esempio l’essere rifiutati come possibili affittuari di un appartamento".

Valentina Sampaio ha postato la copertina di Vogue Paris su Instagram mostrando tutto il suo entusiasmo. La foto è scattata da Mert e Marcus © NON+CLASSIFICATA Valentina Sampaio ha postato la copertina di Vogue Paris su Instagram mostrando tutto il suo entusiasmo. La foto è scattata da Mert e Marcus

Cosa significa “Coming out”?

"È l’abbreviazione di Coming out of the closet (Uscire dal ripostiglio), da non confondere con 'outing', che avviene quando un’altra persona svela l’orientamento sessuale di un terzo. Il coming out è una scelta volontaria".

Cosa comporta fare coming out?

"Può significare esporsi più direttamente a discriminazioni e pregiudizi. La questione è estremamente complessa. Rimanere nascosti comporta un livello di stress notevole perché la persona deve continuamente falsificarsi, restare in stato di allerta. Questo mina anche l’autenticità dei rapporti: se non si può parlare di sé con autenticità resta sempre qualcosa di indicibile e che non si può condividere con l’altro. Questo fa nascere un senso di falsificazione e a una necessità di restare invisibili che alla lunga logora la persona. Di conseguenza, i rapporti non possono essere profondamente autentici. Quindi fare coming out può significare esporsi maggiormente, è vero, ma anche uscire da una situazione di logoramento dovuta al doversi continuamente nascondere".

Tenere il segreto sottopone a un forte stress: quali sono le conseguenze?

"Lo psicanalista Mark Blechner ha proposto un interessante esperimento a cui tutte le persone eterosessuali potrebbero sottoporsi, ossia non nominare mai compagni/e o mariti/ mogli nei propri racconti e discorsi per un periodo di tempo, raccontando le esperienze come se le avessero vissute da soli o con persone generiche, dicendo sempre “io” al posto di “noi”. Questo è quello che molte persone gay e lesbiche fanno quotidianamente, in alcuni casi per tutta la vita. Le persone eterosessuali che hanno partecipato all’esperimento lo hanno vissuto come molto destabilizzante. La vita affettiva delle persone non è un affare privato. Pensiamo ad esempio a un ambiente di lavoro: in un ufficio continuamente si parla di mariti, mogli, figli. Il non poter condividere questa parte di sé, che è fondante e non è un dettaglio, può portare a disagi psicologici importanti".

Quanti coming out ci sono nella vita di una persona?

"Il coming out non è un evento singolo, ma un processo che dura tutta la vita. Una persona potrebbe riuscire a rivelarsi con gli amici ma non con la famiglia, oppure riuscire a farlo con la famiglia ma non con i colleghi di lavoro. Ci sono dunque molti coming out nella vita delle persone gay e lesbiche, ogni volta che si conosce una persona nuova o si entra in un nuovo contesto la persona sceglie se rivelarsi oppure no".

Cosa spaventa di più?

"Il fatto di non sapere mai cosa aspettarsi come reazione esterna, se si verrà rifiutati, se ci sarà un’accoglienza neutrale o fintamente accogliente. L’aspettativa del rifiuto spesso blocca la possibilità di venir fuori".

La decisione di fare coming out prevede come primo step l'accettarsi. Come aiutarsi in questo percorso?

"Avere modelli di riferimento positivi può aiutare perché fa sentire meno soli, fa pensare che è possibile farcela, realizzare i propri affetti, avere una vita soddisfacente quanto quella delle persone eterosessuali. Il fatto che a fare coming out siano delle celebrities è importanti per questo. Pensiamo alla conduttrice dello show televisivo più seguito degli Stati Uniti, Ellen DeGeneres, o alle attrici Ellen Page e Jodie Foster, ai cantanti Ricky Martin, Mika, Tiziano Ferro. Gli esempi sono tantissimi. La solitudine può essere destabilizzante e schiacciante. Può essere d’aiuto anche riconoscersi nella storia di un romanzo o di un film.

Quali reazioni possiamo aspettarci, quando facciamo coming out?

"Spesso si temono reazioni avverse della famiglia, anche rifiuti molto forti: non essere accettati, o addiritura messi alla porta, rifiutati. Gli adolescenti che vanno incontro a queste reazioni e/o a episodi di bullismo omofobico sono molto più a rischio di incorrere in stati depressivi o ansiosi o in comportamenti disadattivi. È bene che genitori e insegnanti siano opportunamente informati di questi rischi, da qui l’importanza di una formazione anche degli operatori scolastici, di progetti di educazione all’affettività e alle sessualità, di una diffusione di una cultura di inclusione. In altri casi ci può essere, e già si verifica in molti casi, una totale apertura e accoglienza".

Come difendersi, emotivamente, dalle reazioni negative?

"Rispetto ad altre minoranze, le persone della comunità Lgbt spesso non trovano sostegno all’interno della propria famiglia. Ad esempio, le persone di colore vittime di razzismo hanno la possibilità di riconoscersi all’interno della loro famiglia dove possono quindi condividere le esperienze e ricevere aiuto. Le ricerche ci dicono che avere una rete sociale di supporto (amici, familiari, compagni, ecc) e poter ricevere e dare sostegno all’interno della comunità Lgtb rappresenta un fattore di protezione rispetto ai rischi di cui abbiamo parlato. Esistono molte associazioni (ad esempio Mario Mieli, Arcigay, Famiglie Arcobaleno) in cui trovare sostegno e/o impegnarsi attivamente. Il silenzio che spesso cala su questi temi sia a scuola che in famiglia o i messaggi denigratori che spesso sentiamo sia nella vita quotidiana sia, purtroppo, anche in dichiarazioni pubbliche, alimenta e rafforza quel circolo vizioso tra omofobia sociale e interiorizzata, andando a colpire sia le persone gay e lesbiche sia le loro famiglie, di origine e di nuova formazione.

Cosa sente di dire ai genitori che affrontano il coming out del figlio o della figlia?

"È importante che i genitori trovino spazi di ascolto e accoglienza dei loro dubbi e difficoltà. Esistono per esempio associazioni utili per i genitori, come l’Agedo. Anche i genitori si trovano a fare un percorso, a elaborare le nuove informazioni e a fare i conti con le possibili aspettative deluse. Uno dei più grandi timori di una persona che fa coming out è proprio quello di deludere la propria famiglia. C’è anche la possibilità che i genitori reagiscano bene al coming out: Ci sono infatti fortunatamente anche esperienze positive, genitori e figli che, dopo un coming out, costruiscono un rapporto migliore, più autentico, si può dire che alcune famiglie rinascono".

Cosa si può fare, a livello di contesto sociale?

"È importante proporre modelli positivi, portare nelle scuole politiche di educazione alla diversità, all’affettività, all’inclusione per cercare di infrangere questa barriera del silenzio che spesso schiaccia e impedisce alle persone di vivere pienamente e autenticamente la propria vita. Rimanere in silenzio inoltre legittima comportamenti di discriminazione e pregiudizio. È molto importante che si diffondano informazioni corrette su queste tematiche, che gli operatori scolastici e sanitari siano adeguatamente preparati, e che anche la politica lavori in tal senso: in Italia stiamo aspettando una legge contro l’omofobia da molti anni".

Cosa potrebbe far sentire le persone 'accolte'?

"Per esempio non bisogna dare per scontata l’eterosessualità. Chiedere a bambini e ragazzi se hanno una fidanzatina o un fidanzatino significa dare loro l’idea che quella sia l’unica possibilità. Spesso poi vengono usati epiteti omofobi sia per colpire direttamente le persone omosessuali, sia come insulti generici. Non solo: risatine, battutine più o meno sottili e sottintesi, alimentano un clima discriminante. È chiaro poi che la non parità di diritti tra cittadini omosessuali ed eterosessuali rischia di far sentire legittimati coloro che discriminano e che possa rafforzare il senso di illegittimità interno delle persone gay e lesbiche".

Le unioni civili sono considerate unioni di serie B?

"Credo che La legge Cirinnà del 2016 sia estremamente importante, benché arrivi in Italia con un grosso ritardo. Essendo una legge sulle unioni civili, non è però ancora equiparabile al matrimonio egualitario presente invece in molti Paesi europei, in Canada, Stati Uniti, ma anche in alcuni Paesi dell’America del Sud, in Sudafrica e in Nuova Zelanda. Mi riferisco anche a un livello simbolico, che è molto importante dal punto di vista psicologico. Non possiamo ancora dire che in Italia una coppia di donne o di uomini si è sposata. Il riconoscimento sociale e giuridico delle coppie omosessuali, come dimostrato da molte ricerche, porterebbe a un maggiore benessere psicologico delle persone coinvolte e a una diminuzione dell’omofobia sociale. Inoltre, la questione aperta oggi è quella del riconoscimento legale delle famiglie arcobaleno. Quarant’anni di ricerche dimostrano che i figli delle famiglie omogenitoriali hanno uno sviluppo psicologico ed affettivo del tutto simile ai loro coetanei cresciuti in famiglie tradizionali. Si tratta dunque di garantire a questi bambini e alle loro famiglie pari diritti e pari doveri. I genitori infatti chiedono di potersi entrambi o entrambe assumere le proprie responsabilità genitoriali. La mancanza di questo riconoscimento può causare disagi psicologi a queste famiglie".

Perché il coming out viene definito anche 'un processo sociale'?

"Perché è capace di modificare i contesti e l’ambiente. Si può stabilire un circolo virtuoso. Spesso le persone che hanno pregiudizi cambiano i loro pensieri e i loro preconcetti quando si trovano a fare esperienza diretta con persone gay e lesbiche. L’esperienza fa da contraltare all’ignoranza e può dunque smontare quei pregiudizi che si alimentano nella non conoscenza".

Scegli tu!
Scegli tu!

Altro da D La Repubblica

image beaconimage beaconimage beacon