Usando questo servizio e i contenuti correlati, accetti l'utilizzo dei cookie per scopo di analisi e per fornire contenuti e annunci personalizzati.
Stai usando una versione precedente del browser. Usa una versione supportata per vivere al meglio l'esperienza su MSN.

La rivale di Wintour

Logo Lettera D Lettera D 5 giorni fa Redazione
La rivale di Wintour © Fornito da Lettera D La rivale di Wintour

Ricca, potente, temuta. Caschetto con frangia e occhiali da sole sono un po' da sempre la sua firma: Anna Wintour, ricercatissima direttrice di Vogue America, è tra le figure più affascinanti ed emblematiche del fashion-system. Nel 2006 ha ispirato il film (campione d'incassi) Il diavolo veste Prada e nel 2016 la sua vita è stata al centro del documentario The First Monday in May. Adesso è arrivato anche il momento di una serie tivù che ripercorre la sua carriera. Annunciata dal canale americano Bravo, si intitolerà All That Glitters, e si concentrerà in modo particolare sulla rivalità tra la 'papessa della moda' e Tina Brown negli Anni '80. Pur essendo quest'ultima meno 'potente' e conosciuta non la si può certo considerare una giornalista qualunque. Ecco perché.

FORMAZIONE E SUCCESSI

Nata nel 1953 a Maidenhead, in Gran Bretagna, entrò all'Università di Oxford quando aveva 17 anni, studiò letteratura inglese e subito iniziò a scrivere. Dopo la laurea cominciò a collaborare come freelance per diverse riviste, come Punch, The Sunday Times e The Sunday Telegraph. La sua carriera però prese concretamente il via nel 1979 (aveva 25 anni), quando il milionario australiano Gary Bogard le chiese di rinnovare il suo magazine Tatler. Detto, fatto. Risultato? Tiratura quadruplicata. Quando però la rivista venne acquistata da S.I. Newhouse, fondatore di Condé Nast, lei decise di mollare e di tornare a fare la freelance. Ma poco Newshouse tornò da lei: voleva che lo aiutasse a rilanciare Vanity Fair. Proposta accettata: nel 1984 ne diventò la regina. Iniziò così il restyling della rivista: Brown chiamò i migliori fotografi (Leibovitz, Benson, Ritts), i giornalisti, stilisti, scrittori più rinomati; spese cifre folli ma i risultati si videro. La tiratura schizzò da 200 mila a 1,2 milioni di copie. L'apice del successo arrivò con la copertina di Demi Moore incinta e nuda. È a questo punto che Tina decise di andare via. Nel 1992 Newhouse le propose un'altra sfida: The New Yorker, la rivista letteraria più chic degli Stati uniti. Anche qui: stessi metodi, stesso successo. E quindi, di nuovo, un'altra avventura.

IL PRIMO FALLIMENTO

I fratelli Weinstein della casa di produzione cinematografica Miramax le offrirono la direzione della rivista mensile Talk e di una casa editrice. Il magazine non riuscì però a sopravvivere alla crisi pubblicitaria post 11 settembre e 'morì' nel 2002: fu il primo fallimento di Brown.

LA CADUTA

Nel 2008 decise di lanciare il sito di informazione online The Daily Beast per poi provare la fusione con Newsweek, il settimanale di informazione più importante degli Stati Uniti dopo il Time. L'unione fu completamente fallimentare: l'idea di Brown di trattare la politica in chiave pop su un giornale famoso per le sue inchieste non piacque e il progetto andò a picco tanto da segnare la fine definitiva (su carta) di Newsweek, diventato poi solo digitale. Il Daily Beast, invece, fu poi venduto a IBT Media.

A fine 2013 Brown ha annunciato il suo ritiro.

Scegli tu!
Scegli tu!

Altro da Lettera D

image beaconimage beaconimage beacon