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Gli schiavi di Foodora? Cocco: «No, è emersione del lavoro nero»

Logo Lettera 43 Lettera 43 4 giorni fa Gea Scancarello

Trent'anni, mille collaboratori, 1.300 ristoranti e una quantità indefinibile di polemiche da gestire: tante almeno quanto quelle che da mesi accompagnano l'arrivo anche in Italia della gig economy, l'economia dei lavoretti, per qualcuno lavoro a cottimo che riporta il Paese indietro nel tempo, per altri opportunità di guadagno nel segno dell’innovazione. Gianluca Cocco è una delle due teste che nel nostro Paese guidano Foodora, la società di consegna a domicilio di pasti (food delivery) diventata infelicemente celebre nell’ottobre 2016, quando i fattorini a due ruote hanno iniziato a protestare contro le condizioni del loro lavoro.

«MEDIA DI 8 EURO L'ORA». Insieme con Matteo Lentini, l'altro capo azienda, Cocco ha cercato di spiegare all'Italia improvvisamente sorpresa dall'esistenza di «giovani nuovi schiavi» che non di questo si tratta: bensì di una forma di emersione del lavoro nero, strutturata in Co.Co.Co. e con regolari contributi, e per lo più temporanea, fino all'arrivo di un lavoro reale. «Ogni rider riceve 4 euro lordi per consegna effettuata, pari a 3,60 netti. Da un punto di vista statistico, la media è due consegne all’ora: significa 8 euro lordi», spiega nuovamente, a distanza di qualche mese dalla crisi che sembrava dover mettere in ginocchio la società, ancorché la statistica non sempre coincida con la realtà, e non tutti i rider facciano effettivamente due o più consegne all'ora.

INDIGNATI, MA PIGRI. La cosa invece assolutamente reale è la crescita di un mercato che vale nella sola Europa 21,7 miliardi di euro, e che in Italia si allarga città dopo città - Foodora è sbarcata a Firenze e Roma, e un'altra apertura è in arrivo - a riprova che tra l'indignazione e la rinuncia alla comodità corre una certa differenza. Cocco, d'altronde, difende il modello senza indugi vetero-ortodossi, poco scottato dalle polemiche dell’autunno. «Abbiamo una assicurazione aziendale privata e integrativa che copre i danni a cose o a persone. E abbiamo attivato delle convenzioni con ciclo-officine in cui il rider paga solo metà delle spese: la verità è che il nostro modello è tra i più tutelanti».

Lentini Cocco Foodora © Fornito da Lettera 43 Lentini Cocco Foodora

DOMANDA.Lei ha mai provato a fare una consegna o ha mai avuto un lavoretto tipo gig economy?

RISPOSTA. Da studente. Ma cosa c'entra con l'intervista?

D. Magari influisce nel suo atteggiamento sul fenomeno. Cosa ne pensa?

R. L’Italia sta affrontando un periodo macroeconomico e politico non certo facile. I numeri sulla disoccupazione, specie giovanile, sono emblematici, e a questo si somma la fuga dei cervelli verso aree con possibilità maggiori. Per contro cresce la domanda di pasti a domicilio e aumenta anche l'offerta di chi vuole occuparsene. 


D. E quindi?

R. Quella che offre Foodora è un'occupazione sui generis, si fa solo quando si vuole, è basata sulla flessibilità. E abbiamo scelto il contratto più tutelante rispetto a questa tipologia di occupazione.

D.Avete mai valutato l'ipotesi di assumere almeno una parte dei rider e magari di prendere la restante parte a chiamata?

R. Abbiamo un business altamente peculiare: l'80-90% dei volumi si concentra in tre ore. Un'ora di pausa pranzo e due ore a cena, che oltretutto è il momento in cui uno vuole rilassarsi e stare con la famiglia. Considerate queste cose, sarebbe anche difficile trovare persone che lavorano non quando vogliono ma quando devono.


D. Be' di gente che lavora di notte, dai medici agli operai ai giornalisti, ce n'è parecchia. Non sarebbe un problema.

R. È vero, ma magari l'operaio ha un turno di lavoro di otto ore. Qui si parla di tre ore di lavoro al giorno divise in due fasce orarie. Le cose non sono paragonabili. 


D. Considerato che i business come il food delivery sono tra quelli che crescono di più, pensa che questi modelli lavorativi si imporranno sugli altri?

R. Non credo. Penso anzi che i lavoretti, la on demand economy, siano un modo per far emergere quello che c'era già, rendendolo più tutelato e più regolare. Pensate al fattorino che porta la pizza in casa: c'è da decenni. La verità è che probabilmente prima lo faceva senza contributi, senza contratto, senza dispositivi di sicurezza e via discorrendo.

D. Vuol dire che la gig economy non porterà più precarietà?

R. Ripeto: sono convinto che non si tratti di precarietà, ma di emersione del lavoro nero. Chiaramente la crescita del mondo digitale aumenta il bacino degli utenti che chiedono questi tipi di servizi, ma la nascita di società come Foodora toglie dalla strada fattorini con meno diritti. 


D. Ci stiamo avvicinando al modello americano, sostituendo un mondo del lavoro che spesso le aziende definivano troppo rigido?

R. A volte sì, tanto che rispetto ad altre realtà europee perdevamo molto in competitività. In America poi questo tipo di servizi, e questo tipo di contratti, esistono da molto tempo.

D. Oltreoceano c'è però anche una grossa polemica sul fatto che sono gli algoritmi a dominare questo mondo del lavoro.

R.

Nel nostro caso, l'algoritmo accoppia i rider con le richieste degli utenti, ma sta a ogni rider decidere o meno se vuole accettare l'ordine.

D. E se il rider rifiuta troppe richieste o non lavora per più giorni consecutivi rischia di perdere il posto, come spesso si lamenta?

R. No, i rider possono decidere di rifiutare le consegne e persino di non presentarsi quando già hanno detto che quella sera avrebbero lavorato, e questo nonostante l'enorme complessità della gestione di simili episodi. Se un rider non si presenta il servizio rischia di essere peggiore per i clienti e quindi ne risente l'azienda. E succede spesso: il tasso di ragazzi che non si presenta all'ultimo minuto va dal 7 al 31%.

D. Se fossero assunti non potrebbero non presentarsi.

R.

Certo, è la flessibilità. 


D. Torniamo all'algoritmo.

R. Senza algoritmi molti servizi non sarebbero disponibili in una società in cui tutto è digitale: non ci vedo niente di male laddove contribuiscono a creare posti di lavoro o servizi aggiuntivi.

D. Non teme che possano diventare preponderanti rispetto all'elemento umano?

R. Se penso alla parola algoritmo, mi viene in mente la definizione del dizionario. Se vogliamo invece menzionare l'accezione negativa che qualche giornale gli sta dando...

D. Non sono i giornali: stiamo parlando di una riflessione su un grosso cambiamento della società.

R. In realtà non credo che un tempo le decisioni fossero prese solo dalle persone. Anche nelle industrie i processi produttivi vengono gestiti una tantum, poi nel quotidiano ci sono macchine o persone che eseguono incarichi. Lo stesso vale nel digitale: gli algoritmi vengono comunque definiti da umani.

D. Ma voi quanto decidete realmente?

R. Abbiamo giusta libertà sul locale, e un forte coordinamento con l'headquarter, la casa madre. E poi noi siamo in due amministratori, e questo aiuta molto: ci permette di dividerci meglio tra città diverse.

Foodora © Fornito da Lettera 43 Foodora

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