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Alla ricerca di fabbriche per produrre vaccini in Italia

Logo Avvenire Avvenire Un giorno fa Pietro Saccò

Anche l’Italia può fare la sua parte nel piano europeo per accelerare la produzione dei vaccini contro il Covid-19. Come ha confermato nella sua intervista ad Avvenire Thierry Breton, commissario europeo al Mercato interno, ci sono almeno un paio di stabilimenti che possono dare il loro contributo. Però non sono le fabbriche italiane quelle che possono risolvere l’attuale problema che rallenta la produzione dei vaccini.

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Dall’inizio dell’emergenza sanitaria si è iniziato parlare di “riconversione” degli stabilimenti per contrastare la pandemia. Ci sono riconversioni semplici: qualsiasi azienda, o quasi, può mettersi a realizzare mascherine o produrre gel disinfettante. Poche imprese sono capaci di partecipare alle fasi centrali della produzione di prodotti biotecnologici estremamente complessi come i vaccini. La Commissione europea, che sta facendo il censimento delle aziende da coinvolgere, chiede loro nel dettaglio a quale fase produttiva possono partecipare: la produzione delle materie prime; la manifattura del vaccino; l’accoppiamento e la formulazione; la produzione di siringhe e fiale; l’infialatura e il confezionamento. Lo stabilimento di Anagni del gruppo americano Catalent è uno degli impianti che si occupa già dell’infialatura del vaccino di AstraZeneca: è un compito delicato ma non è tra le attività più complesse del processo di produzione. È probabile che anche altre imprese italiane possano cimentarsi con l’infialatura di vaccini come quello di AstraZeneca: si è fatta avanti la Fidia di Abano Terme, che si occupa principalmente di acido ialuronico ma potrebbe avere gli impianti adatti.

Se oggi però non abbiamo a disposizione tutti i vaccini che vorremmo non è perché manca chi li metta nella fiale. I problemi sono tutti nelle fasi centrali di produzione. Un vaccino “tradizionale” come quello di AstraZeneca, basato su vettore adenovirale, ha trovato problemi nella produzione dell’antigene all’interno dei bioreattori, i recipienti asettici in cui le cellule infettate crescono e proliferano mentre producono la molecola che contrasta il virus. Non sempre il prodotto che esce dai bioreattori ha la qualità necessaria ad essere la base per un vaccino efficace. Questo tipo di “incidentè” è molto frequente quando si inizia a produrre un nuovo vaccino.


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Per i vaccini mRNA come quelli di Pfizer-BioNTech o Moderna le complessità aumentano. Sono un farmaco nuovo, mai utilizzato per vaccini destinati agli esseri umani. Non sono moltissime le aziende capaci di occuparsi della produzione di grandi quantità di DNA e mRNA, un lavoro che Pfizer fa in proprio a Saint Louis, negli Stati Uniti, e che Moderna ha affidato alla società svizzera Lonza. Ma la difficoltà maggiore, come ha spiegato il chimico medico Derek Lowe su Science Mag, sta nel «trasformare un certo quantitativo di mRNA e una serie di lipidi in una miscela ben definita di nanoparticelle solide con un incapsulamento di mRNA coerente».

Lowe, che lavora nella farmaceutica dal 1989, scrive di ritenere che gli stabilimenti capaci di produrre le nanoparticelle lipidiche adatte si contino sulle dita di una mano. Le aziende farmaceutiche non sono generose di dettagli sul loro lavoro, ma i comunicati delle ultime settimane aiutano a capire quando la “riconversione” di uno stabilimento sia complessa. Sanofi a gennaio ha messo a disposizione di Pfizer la sua fabbrica di Francoforte (e probabilmente non per le fasi centrali della produzione del vaccino): è un’alleanza tra giganti, ma dallo stabilimento non uscirà nulla almeno fino ad agosto. Novartis, un altro colosso, ha proposto un suo stabilimento svizzero, ma potrà occuparsi della sola infialatura.

È difficile riconvertire uno stabilimento anche per produrre un vaccino più tradizionale come quello di AstraZeneca. La tedesca IDT Biologika qualche giorno fa ha annunciato l’accordo con l’azienda anglo-svedese per la produzione del vaccino a vettore virale: investirà centinaia di milioni di euro sulla fabbrica di Dessau per installare fino a cinque bioreattori da 2mila litri l’uno per produrre decine di milioni di dosi di vaccino al mese. Le prime fiale non saranno pronte prima della fine del 2022. E IDT Biologika si occupa di vaccini da decenni.

In Italia abbiamo pochi impianti attrezzati. L’unico stabilimento che si occupa di produrre vaccini in grandi quantità è quello di GSK a Rosia, vicino a Siena: qui il gruppo britannico produce i suoi vaccini contro la meningite. Per modificare l’impianto con l’obiettivo di produrre vaccini anti-covid ci vorrebbero almeno 7-8 mesi e inoltre bisognerebbe produrre altrove i vaccini contro la meningite, che nel mondo colpisce circa 2,8 milioni di persone all’anno. Di riconversione non se ne parla. Dallo stabilimento di Siena arriverà però l’adiuvante per quello che sarà probabilmente il primo vaccino anti-Covid prodotto in Italia: quello sviluppato in collaborazione tra Sanofi e GSK. Lo stabilimento Sanofi di Anagni è uno dei tre indicati dal gruppo francese per la produzione di questo vaccino, che è un po’ in ritardo ( ora è nella fase 2B) ma se tutto andrà bene potrebbe essere pronto per la fine di quest’anno. ©

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