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Brexit, il rapporto choc: «Fuga di massa di “cervelli” dalle università»

Logo Corriere della Sera Corriere della Sera 14/11/2017 Antonella De Gregorio
© Fornito da RCS MediaGroup S.p.A.

È allarme nel mondo accademico britannico. Un rapporto pubblicato dalla British Academy for the Humanities and the Social Sciences (.pdf) mette in guardia le università: la Brexit potrebbe portare alla fuga in massa di cervelli dagli atenei del Regno. Pronti a lasciare il Paese a causa del divorzio dalla Ue, sarebbero soprattutto docenti e ricercatori dei dipartimenti di economia e di lingue moderne. Un rischio concreto, in particolare, nell’Irlanda del Nord - dove un quarto del personale accademico, di tutte le discipline, proviene da Paesi comunitari - e nelle Midlands, dove metà dei docenti di lingua moderna proviene da un Paese Ue. In allarme anche il Servizio sanitario nazionale britannico (NHS): secondo un sondaggio effettuato dalla British medical association, ben un quinto dei medici europei che attualmente esercitano nel Regno Unito potrebbero lasciare il Paese. Dato preoccupante perché attualmente sono circa 12 mila i medici europei al lavoro: il Servizio sanitario rischia dunque di soffrire di gravi vuoti di organico. E il futuro esodo si aggiungerebbe a quello degli oltre 10 mila membri europei del personale sanitario che hanno lasciato la Gran Bretagna dopo il referendum del 2015 sulla Brexit.

In fuga

Ma oggi è il mondo dell’istruzione superiore a lanciare un appello al governo: se non sarà fatta presto chiarezza sui loro diritti, l’Inghilterra rischia di perdere i suoi migliori talenti. Molteplici le ragioni: dalla fine dei finanziamenti Ue alla ricerca e delle borse di studio, al calo di studenti dal continente, alla diminuzione degli scambi scientifici, al dissenso verso la politica del governo britannico nei confronti dell’ università.

Il rapporto

Il rapporto «Brexit means...?» mette in graduatoria i dipartimenti più a rischio di fuga di cervelli: le facoltà di Economia, dove il 36% del personale potrebbe far ritorno alle nazioni europee d’origine, quelle di Lingue moderne (35%), di Matematica (29%), Fisica (28%), Ingegneria chimica (26%), Politica e relazioni internazionali (25%). Scienze umane e scienze sociali, insomma, gli ambiti più penalizzati.

40mila docenti

Attualmente nelle università del Regno Unito lavorano 40mila docenti e ricercatori dell’Unione europea non britannica (17mila tra Londra e l’Inghilterra del Sud; 4.5900 in Scozia), che costituiscono il 12% di tutto il personale a tempo pieno nell’istruzione superiore (tra questi, 5.700 italiani: seconda comunità straniera più numerosa). A loro, vanno aggiunti studenti di dottorati di ricerca e master. Gli studenti universitari stranieri, sono calati già lo scorso anno del 7%.

L’appello al governo

Ash Amin, responsabile del dipartimento di Geografia a Cambridge e segretario dell’ Accademia britannica, ha affidato al Guardian la richiesta del mondo accademico al governo: un invito a «garantire il diritto di residenza a tempo indeterminato agli accademici della Ue e non, che lavorano nel regno Unito». «È fondamentale che il governo agisca e metta fine all’incertezza - ha dichiarato Amin -. Il rapporto illustra esattamente quello che è in gioco: la posizione del Regno Unito come leader mondiale nell’istruzione superiore e nella ricerca».

Lingue straniere

Intanto, in una relazione pubblicata martedì, il British Council sostiene che il Regno Unito, per «sopravvivere» alla Brexit, dovrà spingere per migliorare l’apprendimento delle lingue straniere: mandarino e arabo, innanzitutto; seguite da spagnolo, francese e tedesco. Mentre il rapporto «Lingue per il futuro» sottolinea che solo un terzo dei britannici è oggi in grado di tenere una conversazione in un’altro idioma, con sempre meno studenti che scelgono una lingua straniera moderna sia a scuola che all’università.

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