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Nuovi ’operai’ del digitale E il 4.0 non fa più paura

Logo Quotidiano.Net Quotidiano.Net 6 giorni fa Antonio Vecchio
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Dal World Economic Forum: entro il 2022, più del 60% del PIL mondiale sarà prodotto da processi digitalizzati, mentre nei prossimi dieci anni il 70% del valore a livello globale sarà interamente connesso con piattaforme digitali che creeranno ricchezza per complessivi 100 trilioni di dollari. Dati che dimostrano come la rivoluzione digitale, nota anche come quarta rivoluzione industriale o seconda rivoluzione delle macchine, sia ormai entrata nel pieno del suo ciclo storico. E questo accade nonostante ancora oggi, circa il 17% della popolazione mondiale, 1,3 miliardi di persone, non dispongano di elettricità, e addirittura la metà, 4 miliardi di individui, non abbia accesso a internet.

Segno della straordinaria dirompenza della rivoluzione industriale in atto, spesso associata alla creazione di nuovi posti di lavoro in analogia a quanto accaduto nel passato. Le macchine e l’intelligenza artificiale – si afferma da più parti – richiederanno nuove figure lavorative che compenseranno quelle eliminate dalla fabbrica 4.0. Così è sempre successo – sostengono i fautori della tesi –, sin da quando i contadini si trasferirono nelle fabbriche sul finire del XVIII secolo, e così è proseguito con la graduale specializzazione dei lavoratori, man mano che i processi produttivi richiedevano conoscenze sempre più specifiche. Visione auspicata da tutti certamente, che potrebbe però non trovare riscontro nella realtà.

Torniamo per un attimo indietro di qualche anno, precisamente al 1990, quando a Detroit, allora capitale dell’industria manifatturiera tradizionale, i tre maggiori marchi, General Motors, Ford e Chrysler, avevano complessivamente una capitalizzazione di 36 miliardi di dollari, 250 miliardi di profitti e davano lavoro a 1,2 milioni fra operai e impiegati. E confrontiamo ora quei valori con quelli, nel 2014, dei tre principali brand della Silicon Valley, Microsoft, Apple e Google, che in quell’anno gestivano un mercato di capitalizzazione pari a 1,09 trilioni di dollari e generavano profitti per 247 miliardi, impiegando solo 137 mila lavoratori.

Nulla esprime meglio il divario tra i due sistemi industriali. La correlazione tradizionalmente stretta tra capacità di creare ricchezza e posti di lavoro è da tempo venuta meno e non promette sviluppi incoraggianti. Merito della azione combinata di cloud computing, potenza di calcolo, intelligenza artificiale, Big Data e internet delle cose, che stanno rivoluzionando l’intera economia.

Anche la ridistribuzione del reddito è in sofferenza. Mentre le retribuzioni degli operai sono da anni ferme al palo (quando non ridimensionate in cambio del mantenimento del posto), una ristretta cerchia di imprenditori visionari diventa di giorno in giorno più ricca.

Problema che non riguarda solo i posti di lavoro, ma le stesse Company, la cui principale caratteristica oggi è proprio la volatilità. Nel 1958, la durata media di una compagnia compresa tra le prime 500 di Standard&Poor era di oltre 60 anni, mentre nel 2012 era già scesa a 20 anni. Il lavoro nella economia 4.0 pesa sempre meno, a tutto vantaggio del capitale ossia delle piattaforme, che ne intercettano la totalità dei dividendi.

L’impressione generalizzata è che si stia assistendo alla inesorabile fine della intermediazione. Nella economia di colossi come Amazon, Uber, AirBnB, ad avere il pieno controllo dell’intero ciclo produttivo è il detentore del capitale, colui che detiene gli asset. Tutto è sotto il suo controllo, dalla fasi iniziali della produzione sino alla vendita finale, con il risultato di una inesorabile compressione verso il basso dei prezzi di vendita, che discende a sua volta dai costi di produzione inversamente proporzionali all’impiego in linea delle nuove tecnologie. Quella futura, già se ne vedono i prodromi, sarà una economia a somma zero, del tipo chi vince prende tutto. Il rischio che la working class si trasformi in una useless class non è poi così lontano.

Scegli tu!
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