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Qual è l'impatto di una Brexit senza accordo sui Paesi Ue

Logo Lettera 43 Lettera 43 14/03/2019 Lettera43

C'è l'Italia che potrebbe rimetterci soprattutto nel settore finanziario e in quello dell'alimentare e del vino, con i produttori di prosecco del Veneto che esportano quasi una bottiglia su due - 350 milioni di euro di controvalore nel 2018 - verso la "perfida Albione". E le perdite non sarebbero da poco. In tutto senza un accordo e secondo i calcoli di Reuters basati su stime del Fondo monetario internazionale, la Brexit rischia di far perdere all'Unione europea 221,13 miliardi di euro di ricchezza - e 10 miliardi con un calo dell'occupazione pari allo 0,7% della forza lavoro europea, cioè oltre un milione di posti di lavoro. Ma le regioni che ci rimetteranno di più secondo i risultati di uno studio dell'università di Rotterdam sugli effetti della Brexit su tutta Europa sono proprio quelle del Regno Unito.

Al secondo posto, ovviamente per via della loro integrazione commerciale con la Gran Bretegna, vengono le regioni irlandesi, che saranno esposte ai danni economici della Brexit allo stesso livello delle regioni britanniche meno esposte, e cioè Londra e il Nord della Scozia. Poi, un po' a sorpresa, nel podio di chi dovrebbe soffrire di più del divorzio tra Uk e Ue si piazzano le regioni esportatrici della Germania meridionale, con più o meno rischi di perdite medi pari a un terzo di quelle britanniche e a metà di quelle irlandesi. Dovendo disegnare una mappa della Brexit che verrà, sono soprattutto le regioni del Nord-Ovest dell'Europa quelle destinate a pagare il costo maggiore della separazione: le tedesche appunto rischiano di perdere tra il 4,5 e il 6,4% del Pil regionale, quelle olandesi dal 3,5 al 5, quelle del Belgio tra il 2,8 e il 4 e infine quelle francesi tra l'1,8 e il 2,7%. La tempistica delle perdite dipenderebbe dalla durata degli accordi di transizione post Brexit, ma probabilmente ci vorranno almeno dai 5 ai 10 anni perchè l'impatto sia completo, secondo il Fmi.

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L'esposizione del Pil tedesco al rischio Brexit, secondo lo studio, arriva addirittura al 5%, quella dei Paesi Bassi al 4, quella del Belgio al 3,5%. Francia, Spagna e Italia, invece, sono esposte rispettivamente per il 2%, lo 0,7 e lo 0,5% del Pil. Gli altri Stati sono tutti sotto il livello francese. Ovviamente all'interno dei diversi Paesi si registrano forti differenze regionali: in Germania per esempio la regione di Stoccarda, come del resto la Zelanda olandese, o il Brabante vallone in Belgio, ha legami economici più profondi con la Gran Bretagna e quindi subirebbe maggiormente i danni di un mancato accordo. Al contrario alcune regioni della Germania orientale ne risentirebbero meno della media.

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REGNO UNITO: RISCHIO 4,6 VOLTE SUPERIORE RISPETTO AGLI STATI UE

Queste cifre sono comunque ben chiare a Bruxelles, anche se per molto tempo lo sono sembrate un po' meno a Londra. Gli studiosi di Rotterdam hanno infatti calcolato che in caso di mancato accordo e quindi di barriere commerciali, il rischio per l'economia della Gran Bretagna è 4,6 volte superiore rispetto a quelli calcolati in media per gli Stati Ue, con l'eccezione dell'Irlanda. Di conseguenza un accordo libero scambio con Bruxelles è molto più importante per il Regno Unito che per l'Unione europea. Forse non è un caso che il 13 marzo 2019 i deputati britannici, che pure hanno rifiutato l'intesa negoziata con l'Ue, hanno anche rigettato l'idea di un divorzio senza intesa. La mappa dell'Europa è chiarissima: da una parte, infatti, ci sono le zone più urbanizzate dell'Europa settentrionale che sono molto più coinvolte nelle catene di valore dell'economia britannica, mentre l'Europa meridionale e orientale lo è molto meno. E tuttavia nonostante tutti i dati dicano che Germania, Olanda, Belgio e Irlanda sono i quattro Paesi più interessati a un buon accordo con Londra, Berlino è anche la capofila, con Parigi, dei sostenitori della linea dura, anche per scongiurare un effetto emulazione di altri Stati e soprattutto per la necessità prioritaria di tutelare l'integrità del mercato interno europeo, vero fondamento di tutta la struttura dell'Unione. Lo studio comunque si concentra sugli aspetti commerciali mentre non viene onsiderata l'ipotesi di un azzeramento di tutti i rapporti anche legalicon il Regno Unito, che possono avere forti conseguenze su alcuni settori come la logistica marittima, il mercato dell'energia e il sistema sanitario. I ricercatori olandesi ne traggono una conclusione netta: «L'esposizione del Regno Unito potrebbe essere anche maggiore di quella riportata qui».

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