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Reddito di cittadinanza. L’assegno di divorzio lo paga lo Stato?

Logo La Repubblica La Repubblica 21/01/2019 di ALESSANDRO SIMEONE*
© Fornito da La Repubblica

In base al decreto legge del Governo, il Reddito di cittadinanza spetta a chi ha un ISEE inferiore a 9.360 euro annui, la casa in cui abita, meno di 6/10 mila euro (a seconda del numero di figli) in banca e un reddito "familiare" inferiore a 8.400/12.600 euro (anche in questo caso vale il numero di figli e familiari conviventi).

La nuova misura deve essere "incrociata" con le nuove regole sul divorzio; la Cassazione - a luglio 2018- ha stabilito che l'assegno è dovuto quando tra marito e moglie (o tra gli uniti civili, nel caso di coppia same sex) c'è una rilevante disparità economica, dipendente da scelte fatte durante il matrimonio e se chi chiede l'assegno non è in grado, con i propri mezzi, di colmare questo divario.

Sino a oggi chi voleva l'assegno doveva provare di aver cercato inutilmente un lavoro, inviando curricula o iscrivendosi al Centro per l'impiego; quanto più giovane era il richiedente l'assegno, tanto più era richiesta una prova rigorosa. Esemplificando, si è sostenuto che una donna cinquantenne che non avesse mai lavorato non potesse ricollocarsi sul mercato del lavoro, anche se qualificata e ben istruita. Diverso l'approccio verso le under 40, considerate (e non sempre a ragione) facilitate nella ricerca di un'occupazione, anche se non corrispondente al livello di istruzione conseguito.

Il Reddito di cittadinanza e la Pensione di cittadinanza potrebbero però portare qualche cambiamento.

Chi divorzia, oggi, può infatti fare domanda per l'RdC, mettendosi a disposizione per corsi di formazione e qualificazione professionale, per reperire un'attività lavorativa e/o per svolgere lavori di pubblica utilità; è lo Stato, dunque, a fornire ai suoi cittadini gli strumenti per "superare" il gap economico che deriva dal divorzio, così da far venire meno i presupposti per la richiesta di assegno.

Questo ragionamento è applicabile solo agli assegni divorzili inferiori a 1100/1200 euro lordi, corrispondenti alla misura massima del beneficio statale (780 euro); si tratta dei casi più frequenti, visto che il contributo divorzile medio varia dai circa 250/300 euro delle regioni peninsulari ai 600 delle regioni più ricche del Nord Italia.

Allora addio all'assegno di divorzio?

È sicuramente prematuro dirlo e tutto dipenderà da come si orienteranno i Giudici. In assenza di un chiarimento del legislatore - che peraltro sarebbe doveroso - alcuni potrebbero ritenere che la possibilità di percepire il reddito di cittadinanza sia preclusivo della richiesta di assegno; altri, invece, che non sia corretto che lo Stato adempia a un dovere che è giusto continui a gravare sull'ex coniuge.

E per le separazioni cosa cambia? 

Anche se l'assegno di mantenimento è finalizzato alla conservazione del precedente tenore di vita, è probabile che i Giudici applicheranno le stesse regole usate per l'assegno di divorzio. Certo è che se dovesse passare l'interpretazione "estensiva" del Reddito di cittadinanza, ci saranno molti mariti che brinderanno al nuovo corso pentaleghista, ma anche meno "poveri" veri che potranno fruire della nuova misura di inclusione sociale.

* Avvocato del Comitato Scientifico de Il Familiaristaportale interdisciplinare in materia di diritto di famiglia di Giuffrè Francis Lefebvre

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