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«Mio figlio ora si vergogna. Ho capito che gli farà bene»

Logo Corriere della Sera Corriere della Sera 21/04/2018

«Bene che si vergogni. E, per il suo bene, spero che abbia anche paura. È l’unica chiave possibile per fare capire a mio figlio e a tutti gli adolescenti il senso del limite». A parlare è una madre che ha cambiato idea. All’inizio — quando il «suo» 14enne è stato denunciato alla Polizia Postale (il procedimento penale è in corso) e punito severamente da un noto liceo milanese, insieme ad altri dodici compagni, per aver diffuso via chat il video intimo che una ragazzina aveva mandato al fidanzato — si era arrabbiata. «Più con il preside e la scuola, che con mio figlio — ammette adesso —. Poi ho capito».

Perché arrabbiata con la scuola?

«L’istinto è proteggere i figli dalle frustrazioni, e così non si fanno mai le ossa. Intanto, non capivo perché fossero stati sanzionati così duramente loro dodici e non tantissimi altri in giro per le scuole di Milano che detengono e scambiano ogni giorno analoghe immagini».

E poi?

«E poi, la sanzione del liceo — sospensione per dieci giorni e “condanna” ai lavori socialmente utili — mi era parsa eccessiva e umiliante: pulire le scale, ramazzare il cortile, girare con gli spazzoloni nell’atrio, sotto gli occhi di tutti. In mio figlio è scattata la vergogna. Che non è per niente facile da provocare, nei ragazzi di oggi. Credevo che lui non avrebbe retto. La verità, forse, era che non reggevo io».

L’istinto di protezione, talvolta eccessivo, dei genitori.

«Sono ragazzini di prima liceo. Hanno sbagliato per ignoranza, non per cattiveria. Eppure proprio lui, il mio “piccolo”, tra una crisi di pianto e l’altra, mi ha fatto notare che era in grado di affrontare la situazione, insieme ai suoi professori. Grazie a quella vergogna è cresciuto tantissimo, in pochi giorni».

La famiglia della ragazzina, parte lesa, ha fatto bene a denunciare, incalzata anche dal preside e dagli insegnanti?

«Il procedimento penale spiace molto, ma vedendo come sta servendo, credo sia la strada giusta. Né i ragazzi né noi credevamo che detenere e far circolare immagini intime di minori fosse un vero reato. Foto e video sono invece materiale pedopornografico. Ci siamo accorti che quello è un limite vero solo con la denuncia penale. In questo senso la paura può fare da sveglia».

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Avete contattato quella famiglia?

«Mio figlio conosce quella ragazzina solo di vista. Abbiamo provato a telefonare ai genitori, per chiedere scusa. Per ora non le hanno accettate».

Cosa è successo quando ha saputo?

«Quando ci ha chiamato il preside io e mio marito siamo piombati a prendere nostro figlio, e gli abbiamo sequestrato subito il cellulare. Appena gli abbiamo chiesto del video ha raccontato tutto. Io mi occupo di diritti delle donne per lavoro, mi sono sentita morire».

Cosa è successo poi?

«I ragazzi hanno dovuto parlare davanti al consiglio di classe e ai professori. Ne stanno discutendo anche tra loro, a scuola. In più avevano appena fatto un corso su sexting, cyber bullismo e rischi del web tenuto da psicoterapeuti esperti di adolescenza, tre incontri da due ore finanziati da noi genitori. A loro non è servito, evidentemente. Qualcuno ora dice “meno psicologi più polizia”».

E lei è d’accordo?

«Gli adolescenti sottovalutano la sofferenza che può provocare la diffusione di immagini delicatissime. Non distinguono tra sfera privata e sfera pubblica. È tutto pubblico, ormai. Da qui, la mancanza di rispetto dell’intimità propria e altrui. Non bastano poche ore di intervento. Servono programmi educativi, ora che web e telefonini fanno parte della quotidianità. E la formazione deve essere per i ragazzini, per i docenti e per noi genitori».

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