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16enne si uccide dopo perquisizione Il racconto del generale della Finanza: quel blitz anti droga non lo farei più

Logo Corriere della Sera Corriere della Sera 3 giorni fa Redazione Online

«Potendo tornare indietro, avrei rifatto quel blitz? Umanamente, dico di no». Lo racconta in un’intervista al quotidiano Il Giorno il generale Renzo Nisi, comandante provinciale della Guardia di finanza di Genova, che ha gestito la perquisizione in casa del 16enne di Lavagna che poi si è ucciso gettandosi dalla finestra dopo essere stato trovato in possesso di 10 grammi di hashish. Torna sulla decisione presa e confida i suoi pensieri qualche giorno dopo la tragedia.

Lavagna, i funerali del ragazzo che si è ucciso dopo essere stato trovato con 10 grammi di hashish

«Col senno di poi immaginerei sicuramente un intervento diverso, con un supporto psicologico presente in casa. Penserei a una soluzione alternativa, ci sto ragionando tutti i giorni. Conoscendo l’esito tragico di quel servizio, adesso dico che era meglio non farlo», confida ancora nell’intervista il generale. Una scelta quella del blitz, presa dopo la richiesta di aiuto della madre del giovane. «Ci ha detto che il figlio usava droghe leggere, che aveva paura che fosse finito in un brutto giro», aveva raccontato Nisi nei giorni scorsi.

E la stessa donna, nel giorno dei funerali di suo figlio, aveva rivolto «un pensiero particolare» alla Guardia di Finanza ringraziandola «per avere ascoltato un urlo di disperazione di una madre che non poteva accettare di avere suo figlio perdersi ed ha provato con ogni mezzo di combattere la guerra contro la dipendenza prima che fosse troppo tardi».

© Fornito da Corriere della Sera

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Oggi dunque Nisi torna a spiegare cosa lo ha spinto a intervenire, a organizzare quel blitz concluso con la morte di un ragazzo: «Se un cittadino ci chiede aiuto, dobbiamo aiutarlo nel miglior modo possibile. Nel caso del ragazzino siamo intervenuti con tutte le cautele del caso, predisponendo una squadra speciale per l’ occasione, composta da padri di famiglia che sapessero bene come approcciare un giovane. Erano tutti militari in grado di creare un ambiente meno traumatico possibile», spiega a Il Giorno.

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