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Chiedeva l’elemosina con la neonata Il giudice: «Non è maltrattamento»

Logo Corriere della Sera Corriere della Sera 19/05/2017 Elisa Sola

Costringere una neonata di pochi mesi a sostare tutto il giorno — senza che nessuno le cambi il pannolino — in mezzo allo smog e al freddo, a un incrocio, mentre la madre chiede l’elemosina, non costituisce il reato di maltrattamenti.
© Fornito da RCS MediaGroup S.p.A. Lo ha stabilito la prima sezione del Tribunale di Torino, con una sentenza depositata nei giorni scorsi, con cui la corte ha condannato sì i genitori della piccola, ma a una pena inferiore rispetto a quanto richiesto dal pm, e per un reato diverso, il «semplice» accattonaggio.

Le motivazioni
Il tribunale ha concesso ai genitori, una coppia rom di origine romena che viveva al campo nomadi di Lungo Stura Lazio a Torino, le attenuanti generiche, «in relazione alla cultura della loro appartenenza etnica, che, se non discrimina la condotta, tuttavia può essere tenuta in considerazione». Questo perché i rom, in virtù della loro cultura, non considererebbero una crudeltà trattare così una neonata. La piccola è nata nell’ottobre del 2014 da un padre di 42 anni e una madre di 25 che aveva già partorito altri due figli, e che dopo di lei, era rimasta incinta del quarto (ma aveva chiesto di abortire). Avvolta sempre nello stesso tutone, sporca e in apparenza quasi catatonica (nessun testimone ha mai visto la neonata piangere, dimenarsi, o dare segni di reattività) la bimba veniva costretta a stare tutto il giorno nella stessa posizione, in braccio alla ragazza, che con un arto la sorreggeva e con l’altro chiedeva soldi agli automobilisti. Ogni tanto la 25enne posava la bimba su un passeggino. Quando il semaforo era verde, si sedeva sul marciapiede e o la allattava o fumava. Quando scattava il rosso, ricominciava la questua.

La denuncia del giocoliere
La prima persona a denunciare il fatto in procura era stato un giocoliere, che si esibiva allo stesso angolo di strada. Indignato, aveva mandato una mail con foto agli inquirenti, dando vita all’indagine. L’uomo aveva riferito di aver chiesto più volte alla ragazza di allontanarsi, ma era stato minacciato da un uomo che passava di lì in bici e che proteggeva la donna. Forse un familiare. Il teste, c’è scritto nella sentenza, «precisava che il neonato poteva avere sei mesi, era sempre infagottato e vestito in modo inadeguato rispetto alla rigida stagione invernale e che non lo aveva mai sentito piangere». Il secondo cittadino mosso a pietà dopo aver assistito ogni giorno alla stessa scena è un impiegato di Torino, che passava sempre a quell’incrocio mentre andava a lavorare. Nell’esposto, l’uomo scriveva che la piccola aveva tre o quattro e mesi. «Più volte ho invitato la madre – aveva dichiarato — a rivolgersi a un’associazione, per farsi aiutare, ma ha sempre fatto finta di non sentire, o al massimo rispondeva che stava lì perché doveva mangiare». Alla vigilia di Natale il testimone aveva assistito a una scena che lo aveva colpito: la giovane rom rincorreva il giocoliere e si era quasi azzuffata con lui, per racimolare l’elemosina di un automobilista. La neonata era in braccio, anche quella sera fredda. «Era sempre nella stessa posizione – denunciava l’impiegato — tenuta con una sola mano dalla donna. Non l’ho mai vista sveglia né sentita piangere, a volte pensavo che fosse un bambolotto».

La condotta dei genitori
Fondamentale poi era stato il racconto di un’ispettrice in servizio al nucleo nomadi, che aveva confermato che la madre si piazzava allo stesso incrocio già quando era incinta. Gli inquirenti l’avevano immortalata dopo aver organizzato un servizio di riprese foto, con cui «appuravano inoltre che per l’intero arco di tempo alla bambina non veniva mai cambiato il pannolino». Un’omissione che su una piccola di pochi mesi può provocare piaghe e gravi infezioni. La donna, difesa dall’avvocato Maurizio Cossa, a chi la sollecitava ad allontanarsi dalla strada, avrebbe risposto: «Devo mangiare. A mio marito non piace stare all’incrocio». La procura aveva chiesto al giudice un anno e quattro mesi di pena per il reato di maltrattamenti per entrambi i genitori. «Non sembrano essere integrati i requisiti per il reato di maltrattamenti», ha scritto il giudice nella sentenza. «Per quanto si possa giudicare deprecabile la condotta dei genitori – sottolinea la corte — di esporre una piccola creatura a condizioni ambientali e climatiche insopportabili e dannose ed altresì a scarse e inadeguate condizioni igieniche, non sembra possibile ravvisare negli imputati alcuna condotta che sia veramente in grado di rievocare in maniera immediata e diretta alcuno degli atti lesivi menzionati», tra cui percosse, umiliazioni, scherno, azioni senza le quali i maltrattamenti non sussisterebbero. Non sarebbe provata dunque, «la coscienza e la volontà di sottoporre la vittima a una serie di sofferenze fisiche e morali». Grazie alle attenuanti generiche, la coppia è stata condannata a dieci mesi. L’avvocato Cossa ha fatto appello contro la sentenza.

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