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Costa Concordia, dieci anni fa il tragico inchino all’isola del Giglio

Logo Il Sole 24 Ore Il Sole 24 Ore 13/01/2022 di Nicoletta Cottone
© Fornito da Il Sole 24 Ore

Errori, bugie, tragiche coincidenze, lati oscuri, buchi nella comunicazione. Uno spericolato “inchino” che si trasforma in tragedia. Dieci anni fa, il 13 gennaio 2012, alle ore 21,45, la Costa Concordia, una città galleggiante da 450 milioni di euro, urta lo scoglio delle Scole, tre scogli riportati da tutte le carte nautiche a poca distanza dall’isola del Giglio, che fanno parte del parco nazionale dell’Arcipelago Toscano. Un boato e subito a bordo una fortissima e lunghissima vibrazione è il primo segnale della tragedia. É la storia del naufragio della Costa Concordia, della notte in cui tanti destini si sono intrecciati. La notte in cui una manovra azzardata ha causato 32 vittime innocenti.

L’urto apre uno squarcio di circa 70 metri sul lato sinistro della nave, che si arena sullo scalino roccioso a nord di Giglio Porto. Seminando panico e morte: 27 vittime fra i passeggeri e 5 nell’equipaggio. Nell’elenco c’è anche una bimba di appena cinque anni, Dayana, morta insieme al papà William. Nell’immaginario collettivo che in quei giorni accomuna la tragedia del Giglio al naufragio del Titanic, resta la nave - con una stazza di oltre 114 tonnellate - adagiata come un gigante ferito davanti all’isola del Giglio. Un gigante spiaggiato che ha risvegliato fantasmi del mare sepolti da anni.

A bordo c’erano 4.229 persone, di cui 1.013 membri dell’equipaggio e 3.216 passeggeri di 63 nazionalità diverse, partiti da due ore dal porto di Civitavecchia in direzione Savona, per godersi una settimana di relax nel Mediterraneo con la crociera low cost “Profumo di agrumi”. Un viaggio di sette giorni fra Tunisia, Baleari, Spagna e Francia a un prezzo allettante: 1.300 euro per due adulti con un bambino. Poi la virata per l’inchino al Giglio. Al momento dell’impatto a bordo si serviva il secondo turno della cena a base di risotto allo zafferano e pesce arrosto.

Quella notte e i giorni successivi restano impressi come un film. L’urto, la nave che trema, le grida della gente, il buio, la paura, 4mila persone che cercano di raggiungere le scialuppe, il ritardo nella richiesta di soccorso, le fasi del salvataggio in piena notte, dove spicca l’altruismo degli abitanti dell’isola che mettono a disposizione tutto ciò che hanno per aiutare i naufraghi. E le terribili storie dei superstiti, di chi si è salvato per fortuna o per caso. Delle vittime innocenti che non ce l’hanno fatta. C’è Capitan Schettino che lascia la nave prima che siano scesi tutti i passeggeri. Il rimbombo della frase urlata al telefono a Schettino dal capitano di fregata della Capitaneria di Livorno Gregorio De Falco («Vada a bordo, c....»). Una parolaccia che lo trasforma sui social nell’eroe buono della vicenda che per la verità presenta subito molti lati oscuri. De Falco verrà poi eletto senatore nelle file del M5s, per poi passare al Gruppo misto.

Arrestati il comandante Francesco Schettino, in Costa Crociere dal 2002 e comandante dal 2006 e il primo ufficiale di coperta Ciro Ambrosio, ufficiale di guardia in plancia al momento dell’incidente. Condannati con patteggiamento, tutti con pene inferiori ai tre anni di carcere, il comandante in seconda Ciro Ambrosio, il terzo ufficiale Silvia Coronica, il timoniere Jacob Rusli Bin, il responsabile sicurezza della Costa Crociere Roberto Ferrarini e l’hotel director Manrico Giampedroni. Schettino è nel carcere romano di Rebibbia, condannato in via defintiva a 16 anni di reclusione: dieci per omicidio plurimo colposo e lesioni colpose, cinque per naufragio colposo, uno per abbandono della nave. É stato anche interdetto per 5 anni da tutte le professioni marittime. In carcere è un detenuto modello, tanto che a maggio 2022 potrebbe essere ammesso a misure alternative. Dietro le sbarre frequenta corsi universitari in legge e giornalismo.


Video: 10 anni fa il naufragio della Costa Concordia- La vita in diretta 12/01/2022 (RaiPlay)

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La nave ha restituito il corpo dell’ultima vittima mille giorni dopo lo schianto del Giglio, con il ritrovamento il 3 novembre 2014, nel corso della fase di demolizione del relitto a Genova, del cameriere indiano Russel Rebello, l’ultima delle 32 vittime di quella notte da incubo. Il suo corpo era incastrato sotto i mobili di una cabina del ponte 8, deformata a causa dello schiacciamento contro il fondale.

Fu il Codice morse a permettere al Titanic di lanciare la richiesta di soccorso quando, durante il viaggio inaugurale da Southampton a New York, entrò in collisione con un iceberg. Erano le 23,40 di domenica 14 aprile 1912. Quasi cento anni dopo, invece, le prime comunicazioni all’esterno dell’incidente arrivano direttamente dai passeggeri, con telefonate a parenti e amici, alle Forze dell’ordine, con messaggi su Facebook e Twitter. A lanciare l’allarme non è l’equipaggio, ma una passeggera , che chiama i parenti a Prato dicendo che il ponte della sala da pranzo ha ceduto. Sono i parenti ad avvertire i carabinieri che contattano la Capitaneria di Livorno. Sui social si moltiplicano i messaggi dei passeggeri terrorizzati mentre ufficialmente la tragedia non esiste.

Il racconto collettivo dei superstiti corre subito sul web narrando le fasi dell’incidente, il panico a bordo, il disastro, il salvataggio raccontato dalle voci di chi ha vissuto la tragedia in prima persona. Prima in rete e solo dopo su carta e tv. Solo alcuni giornali riescono a inserire la notizia in prima pagina. Due giornalisti superstiti, Luciano Castro e Patrizia Perilli - occupanti della cabina 1022 sulla nave - avviano una pagina web sul Concordiagate, che racconta la notte del naufragio. L’isola del Giglio diventa un palcoscenico mediatico, dove il dramma convive con la farsa. Trionfano anche fake news, poi messe a nudo, con persone mai salite a bordo della nave che millantano di essere superstiti della tragedia.

Alle 21,08 su Facebook l’inchino della nave viene annunciato da una maestra elementare del Giglio, Patrizia Tievoli, sorella del maître Antonio: «Fra poco passerà vicina vicina la Concordia di Costa Crociere, un salutone a mio fratello che a Savona finalmente sbarcherà, per godersi un po’ di vacanza!». Il giorno dopo il suo messaggio è: «La nave ormai è un cetaceo senza vita». Alle 22,06 la nave è al buio. Alle 22,15 la Capitaneria di Livorno continua a chiedere quale sia la situazione della nave. Dalla plancia ripetono che si è trattato solo di una interruzione di corrente. La motovedetta G104 della Guardia di finanza segnala alla capitaneria di essere vicina al Giglio e se è necessario un controllo. Solo alle 22,26 dalla nave ammettono con la Capitaneria che «c’è una via d’acqua». Nel corso delle ore emerge la portata della tragedia.

La nave era gioiello della tecnologia, la più grande mai fabbricata all’epoca in Italia, piena di comfort di lusso: 1.500 cabine, quattro piscine salate, cinque ristoranti, un grandissimo centro benessere, la Samsara spa, una beauty farm su due piani «affacciata ogni giorno su un tassello di mare diverso». Il nome della nave voleva evocare l’idea di unità e pace fra le nazioni europee, tanto che i 13 ponti avevano i nomi di 13 Stati europei: Austria, Belgio, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Irlanda, Italia, Olanda, Polonia, Portogallo, Spagna, Svezia. C’era la sala da ballo Vienna, dedicata al barocco austriaco, il Casinò Barcellona con l’omaggio a Gaudì, la ceffetteria Helsinki, animata dal Romantico irlandese, i ristoranti Roma e Milano, ispirati al post moderno italiano. «Era un sogno», raccontano i passeggeri nelle interviste dopo la tragedia. La nave era una galleria itinerante e conservava opere di grandi maestri come Arnaldo Pomodoro e Giuseppe Capogrossi, per un valore che superava il milione di euro. La rimozione del relitto è un’opera di alta tecnologia, spostato e trainato a Genova, per essere smantellato. Un’operazione di recupero mai realizzata prima, condotta grazie alta ingegneria del consorzio italo-americano Titan-Micoperi e alle competenze tecnologico-produttive di un manipolo di aziende italiane leader nei rispettivi comparti. La demolizione, affidata al Consorzio Ship Recycling, avviene nel porto di Genova: 100 milioni di euro il costo, 22 mesi di lavoro, mille uomini impiegati e di 53 aziende coinvolte. L’80% dell’acciaio è stato riciclato.

Dopo dieci anni l’Isola del Giglio guarda avanti, senza dimenticare. La poseidonia è tornata a popolare il fondale del Giglio, dove si era appoggiato il relitto. Nell’isola si guarda al futuro, senza dimenticare. Con la tradizionale fiaccolata, il suono delle sirene delle imbarcazioni, la preghiera per le vittime, la lapide con la “Preghiera del marinaio».

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