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Le minacce e i documenti spariti dietro al lungo silenzio del militare

Logo La Stampa La Stampa 12/10/2018 MARIA ROSA TOMASELLO

Da Francesco Tedesco nessuna dichiarazione: benché sospeso dal servizio è un militare, non parla senza essere autorizzato. Ma a chi gli è vicino, come il suo difensore Eugenio Pini, descrive «un senso di liberazione dopo un lunghissimo silenzio forzato». E a chi si chiede perché abbia deciso di raccontare la sua verità solo nove anni dopo la morte di Stefano Cucchi, un tempo infinito per la famiglia e per la giustizia, replica che «per giudicare bisogna trovarsi prima nelle situazioni: di eroi da tastiera - dice - è pieno il mondo». Una parola ricorre infatti nei suoi racconti, raccolti in tre diversi verbali di interrogatorio a luglio, settembre e ottobre di quest’anno dai pm di Roma, ed è «paura»: «per la carriera», per possibili «ritorsioni», paura unita a una sensazione di isolamento nel comando stazione dei carabinieri Roma Appia, lui che era solito fare molte vigilanze ad ambasciate e sedi istituzionali e che era meno operativo rispetto a colleghi anche più giovani. Come Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, imputati con lui per omicidio preterintenzionale, che «portavano molti risultati (cioè facevano molti arresti) e per questo, sostiene, avrebbero avuto rapporti migliori con il maresciallo Roberto Mandolini, comandante interinale, descritto come «molto ambizioso». 

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È questo il clima, afferma, in cui matura la consegna del silenzio dopo il pestaggio di Cucchi, nonostante la sua «determinazione» a fare emergere la verità con due «annotazioni di servizio» in cui denunciava i colleghi «per abuso di autorità su soggetti arrestati». Dichiara: «Qualche giorno dopo invece mi resi conto che sulla copertina del fascicolo era stato cancellato con un tratto di penna quello che avevo scritto e che le due annotazioni erano scomparse. A quel punto cominciai ad aver paura». I motivi erano soprattutto «il comportamento del maresciallo Mandolini» che nonostante fosse stato informato, afferma, non aveva adottato «alcun provvedimento disciplinare» verso Di Bernardo e D’Alessandro, e la sparizione delle annotazioni (il pm a giugno ha presentato denuncia contro ignoti per la scomparsa delle note )«che mi fece comprendere che ero solo contro una sorta di muro». Nei giorni successivi, racconta ancora, «fui contattato da D’Alessandro e Di Bernardo, i quali mi dissero che avrei dovuto farmi “i cazzi miei”». Prima di essere sentito dal pm Vincenzo Barba, il 29 ottobre e il 7 novembre 2009, inoltre, Mandolini gli avrebbe detto: «Tu gli devi dire che stava bene» e «che non è successo niente, capisci a me, poi ci penso io»: «Avevo capito che non potevo dire la verità e gli chiesto cosa avrei dovuto dire al pm». 

«Era terrorizzato ed è stato costretto ad allinearsi – sostiene l’avvocato Pini - tranne rendersi conto in un momento successivo che i fatti a cui aveva assistito potevano avere avuto un ruolo nella morte di Stefano. Da qui è cambiata la sua visione. Oggi c’è stato uno snodo significativo per il processo, ma anche un riscatto per il mio assistito e l’intera Arma».

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Dentro di lui, racconta, la svolta matura nel 2015, quando scopre di essere indagato. Fino a quel momento ha tenuto tutto «dentro di sè», senza mai farne parola. Ma ricevuta l’informazione di garanzia decide di confidarsi con la sorella, che lo sosterrà nel suo percorso, ne parla con il suo avvocato. Rivela che Cucchi «era stato picchiato da due carabinieri in borghese» e che lui aveva redatto «un’annotazione di servizio che poi era scomparsa». L’Arma intanto, con il comandante generale Tullio Del Sette, definisce la vicenda «inaccettabile» e si dice determinata «nel ricercare la verità».

Ma per arrivare alla decisione di ricostruire i fatti con gli inquirenti Tedesco lascia passare ancora tre anni. Un periodo lungo, in cui le cronache registrano, nel 2016, anche le polemiche per una foto del carabiniere in costume da bagno, postata su Facebook e condivisa da Ilaria Cucchi («Ora questa foto è stata tolta dalla pagina. Si vergogna? Fa bene» scrisse). Una immagine che scatenò decine di commenti rabbiosi contro il militare e che portò a denunce e richieste di risarcimenti nei confronti degli autori dei post di minaccia.

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