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Perché protestano i pastori sardi? I loro guai causati dal pecorino romano

Logo Corriere della Sera Corriere della Sera 11/02/2019 Claudio Del Frate
© Fornito da RCS MediaGroup S.p.A.

La radice del problema che assilla gli allevatori sardi sta al di là del mare, sul Continente e più precisamente nel Lazio. A determinare il crollo del presso del latte di pecora, che ha indotto i pastori dell’isola negli ultimi giorni a forme clamorose di protesta ( latte versato in strada, manifestazione al campo di allenamento del Cagliari, assalti a caseifici e autotrasportatori) è infatti il calo dele vendite del pecorino romano dop, formaggio la cui materia prima è fornita dal latte degli ovini allevati in Sardegna. Gli allevatori accusato i produttori di formaggio di «fare cartello» per tenere basso il prezzo del latte ma questa accusa viene respinta dai diretti interessati.

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Il boom (e il flop) del pecorino romano 

Come detto, il latte prodotto dai 12mila allevamenti sardi viene usato per i formaggi non solo dell’isola ma anche quelli del comparto laziale.Questi ultimi hanno avuto negli anni scorsi un boom sul mercato agro alimentare, anche all’estero. Il pecorino romano dop veniva venduto anche a 8 euro al chilo, prezzo che consentiva di remunerare i pastori con 85 centesimi al litro per il latte. Nel 2018 però la tendenza si è invertita: le fortune del pecorino romano si sono fermate, il prezzo del prodotto finito al «borsino» agroalimentare era al 4 febbraio (ultimo dato disposibile) di 5,40 euro al chilo.

Crisi di sovraproduzione

I caseifici hanno diminuito i loro acquisti di materia prima, potendo disporre di notevoli scorte e si è determinata in pratica una crisi di sovraproduzione: il mercato assorbe infatti 280mila quintali a fronte di una prodizione di 340.000. Questo ha trascinato verso il basso il prezzo del latte che ormai viene pagato meno di 60 centesimi al litro. Una quota che secondo gli allevatori non copre nemmeno i costi vivi della produzione e che ha scatenato la protesta.

Come alzare il prezzo?

Come uscirne? Le associazioni dei pastori e la Coldiretti chiedono di concordare un prezzo di non meno 75 centesimi per garantire la sopravvivenza degli allevamenti. Il vicepremier Salvini si è detto favorevole all’ipotesi di fissare un prezzo minimo per legge mentre la Regione chiede lo stanziamento di 25 milioni per il fondo ovicaprino a sostegno della domanda; l’anno passato erano già stati stanziati 45 milioni. Salvatore Palitta, presidente di uno dei consorzi dei caseifici, intervistato dal Sardinia Post sostiene che «il prezzo non può essere deciso a tavolino senza tenere conto del mercato». La soluzione alternativa? Rivedere il piano di regolazione dell’offerta, in pratica un «taglio» alla produzione di latte che consenta al prezzo di risalire.

L’ipotesi di sanzioni

L’ipotesi è scartata dalla Coldiretti che invece intravede una pratica commerciale sleale da parte dell’industria alimentare. A questo proposito l’associazione invoca l’applicazione di una norma di legge (l’articolo 12 della legge n.1 del 2012) che introduce sanzioni in caso di comportamenti scorretti all’interno del mercato agro alimentare. L’articolo 62 afferma in generale i principi di trasparenza, correttezza, proporzionalità e reciproca corrispettività delle prestazioni, con riferimento ai beni forniti. I trasgressori di tale norma possono essere puniti con multe che vanno da 500.000 a 3 milioni di euro.

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