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Quelli che hanno detto no alle tangenti. Dieci storie (non tutte recenti)

Logo AGI AGI 14/09/2018
© Fornito da AGI - Agenzia Giornalistica Italia Spa

L'occasione fa l'uomo ladro? Non sempre, anche se ogni volta che da un'indagine giudiziaria emerge la figura di chi dice no alla corruzione subito viene scomodata la categoria dell'eroe. L'ultimo in ordine di tempo a resistere a un 'agente provocatore', anche se poi ha tenuto a schermirsi di fronte all'opinione pubblica, è stato l'assessore milanese Pierfrancesco Maran. In una telefonata agli atti dell'inchiesta sullo stadio della Roma, si fa riferimento a quello che il gip definisce "un tentativo di corromperlo attraverso la proposta, respinta, di cessione di un'immobile". Col politico del Pd che si appella ai probi costumi ambrosiani: "Qua non si usa così, non voglio prendere per il culo chi mi ha votato".

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Anche nel passato di un esponente dell'attuale governo, il sottosegretario leghista alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, brilla una mazzetta respinta. L'inchiesta è quella sui 'furbetti del quartierino' e il banchiere di Lodi Giampiero Fiorani ammette davanti ai magistrati che l'hanno arrestato: "È vero che sono entrato in Parlamento coi soldi... Quando sono entrato nell'ufficio di Giorgetti gli ho detto che ero passato per ringraziarlo per l'appoggio che aveva dato a Fazio (Antonio Fazio, all'epoca Governatore di Bankitalia)  e per quello che speravo potesse fare per l'operazione Antonveneta. Ho lasciato un giornale con dentro una busta contenente 100mila euro sulla scrivania. Lì per lì Giorgetti non ebbe nessuna reazione, in seguito mi disse che non voleva assolutamente ricevere denaro perché lui era contrario volendo moralizzare le prassi del partito". 

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Sono due le mazzette negate che hanno cambiato la storia di 'Tangentopoli'. Il 17 febbraio 1992 un imprenditore di 32 anni, Luca Magni, si presenta nell'ufficio di Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio, la storica casa per anziani milanese. Deve consegnare al socialista Chiesa 14 milioni di lire, la tangente pattuita per un appalto da 140 milioni. Nella valigetta nasconde una telecamera e nel taschino della giacca una penna che in realtà è una microspia. A Chiesa consegna una busta con 7 milioni. "Quando mi porta il resto?", chiede lui. "La settimana prossima", promette Magni ed esce dove l'aspettano i carabinieri pronti a stringere le manette ai polsi di Chiesa: è la scena 'madre' di Mani Pulite.

Due anni dopo, il 26 aprile 1994 alle nove della sera, un giovane vicebrigadiere della Guardia di Finanza, Pietro Di Giovanni, si presenta in Procura a Milano, in stato di choc. Racconta ai magistrati che il suo capopattuglia, Francesco Nanocchio, gli ha dato una busta con due due milioni e mezzo di lire, il doppio del suo stipendio. Invece di intascare, lui decide di denunciare il reato. Questa l'origine del capitolo di 'Mani Pulite' che portò a processo un centinaio di finanzieri accusati di prendere denaro per ammorbidire le verifiche fiscali.

No c'è sempre il lieto fine

Un no a una tangente può diventare anche un esempio ma avere conseguenze devastanti per chi lo pronuncia. Ambrogio Mauri era un imprenditore brianzolo nel settore dei trasporti che ai magistrati del pool testimoniò di essere stato escluso in modo sistematico dagli appalti pubblici perché non 'ungeva' chi di dovere. Nell'aprile del 1997 si uccise con un colpo di pistola al cuore quando si rese conto che, nonostante Tangentopoli, nulla era cambiato. Era convinto che i suoi bus fossero migliori degli altri, ma non vinceva mai. Qualche anno dopo, Bruno Rota, allora presidente di Atm, l'azienda dei trasporti milanesi, gli rese onore infilando nel pacchetto di Natale per i suoi dipendenti il libro 'Un uomo onesto - storia dell'imprenditore che morì per avere detto di no alle tangenti', scritto da Monica Zapelli.

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Da accusatore ad accusato in un altro processo è la parabola di Stefano Galli che da consigliere regionale e responsabile della Commissione Sanità nel 1999 si presenta negli uffici della Questura di Lecco raccontando un tentativo di corruzione. "Il Conte Alberto Uva è venuto nel mio ufficio e mi ha fatto capire che c'erano soldi per me, 15 mila euro d'anticipo e poi molto altro. Sondava la mia disponibilità a convincere i direttori della aziende ospedaliere in quota Lega a spiegare che quello del 'Teleospedale' (una tv in grado di trasmettere pubblicità e informazioni nelle cliniche 24 ore su 24) era un buon progetto. L'ho cacciato in malo modo dal mio ufficio e ho sporto denuncia". Qualche anno dopo, il leghista è finito nel processo sulla presunta 'rimborsopoli' dei consiglieri lombarda (la sentenza è attesa nei prossimi mesi, per lui il pm ha chiesto 6 anni) per truffa e peculato accusato, tra le altre cose, di avere pagato coi soldi della Regione 6 mila euro per il matrimonio della figlia. 

Ha scosso il capo non una ma due volte un funzionario della Città Metropolitana di Firenze, direttore dei lavori di manutenzione della strada del Mugello, rifiutando i soldi offerti da un imprenditore che voleva chiudesse un occhio sulle maggiori spese dichiarate dalla sua azienda rispetto a quelle in realtà sostenute. Il funzionario lo aveva già denunciato una volta, mesi prima, ma l'imprenditore è tornato a bussare nel novembre 2017. Ha preso un appuntamento con lui negli uffici della Direzione Viabilità col pretesto di consegnare dei documenti e ha cercato di consegnargli una busta con dentro 400 mila euro. Il funzionario ha ribadito il suo 'niet' e i poliziotti, appostati nella stanza vicina, sono intervenuti per arrestare in flagranza l'imprenditore. 

Fausto Simoni, un altro funzionario, questa volta dell'Enav, l'ente nazionale di assistenza volo, ha raccontato nell'aula del processo romano, di avere resistito al alcune pressanti lusinghe: "Mi veniva chiesto di facilitare le cose, ossia di far adottare dall'Enav  sistemi elettronici della Selex, gruppo Finmeccanica. Un imprenditore mi promise: 'Ti farò dei favori perché bisogna favorire la Selex. E, davanti al mio rifiuto, che siccome non accettavo soldi da lui significava che li prendevo da altri. L'ho cacciato in malo modo dal mio ufficio". È lo stesso imprenditore a confermare  al pm Paolo Ielo: "Tentai di offrire del denaro a Simoni - mette a verbale -  ma mi resi conto che non avrebbe accettato".

Nessuno immune

Chiudiamo con sport e spettacolo, non immuni da tentativi di corruzione. Il 27 settembre 1994, come racconta il giornalista della 'Stampa' Emilio Randacio nel libro 'Pippo e il suo clan', il promoter musicale Sergio Ceré denuncia in Procura che sua moglie, l'aspirante cantante Monica Novello, si era vista chiedere da due discografici una tangente da 400 milioni di lire in cambio della partecipazione alla sezione 'Giovani' del Festival di Sanremo.      

Qualcuno, per un no, ha 'vinto' una convocazione in Nazionale. È Simone Farina, che nel 2011 da calciatore del Gubbio rifiutò di spartirsi 200 mila euro con altri suoi compagni di squadra per truccare una partita. Per premiarlo, il ct Cesare Prandelli lo chiamò a un raduno degli azzurri a Coverciano. Strette di mano e fotografi, ma di lì a poco Farina si ritirò a soli 30 anni perché non ricevette più offerte per giocare. Da tre anni è però entrato a far parte dell'organico della Lega Serie B come una sorta di ambasciatore del nostro calcio anche all'estero.  

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