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Suicida a sedici anni, il pm chiede la condanna dei genitori: «La istigarono»

Logo Corriere della Sera Corriere della Sera 16/05/2018

Un video girato col telefonino e una lettera. Disperato grido di dolore e allo stesso tempo atto di accusa diretto e durissimo. Per la Procura di Forlì costituiscono un «testamento-denuncia», inequivocabile nei contenuti, affidato alle forze dell’ordine da una ragazza di 16 anni, Rosita Raffoni, prima di buttarsi dal tetto di una scuola. Pugno nello stomaco impossibile da ignorare per i magistrati inquirenti, che ha portato a processare e oggi a chiedere la condanna per i due genitori: sei anni per Roberto Raffoni, per istigazione al suicidio e maltrattamenti fino alla morte. Due anni e mezzo per la moglie Rosita Cenni, accusata del reato di maltrattamenti, davanti alla Corte di assise che nelle prossime settimane dovrà esprimersi sulle responsabilità di padre e madre.

Il video prima del suicidio

© Fornito da RCS MediaGroup S.p.A.

Verso la fine della requisitoria del pm Sara Posa, che ha coordinato l’accusa con il collega e procuratore reggente Filippo Santangelo, è stato fatto sentire, a porte chiuse, un estratto del lungo filmato girato dall’adolescente col suo telefonino, fino a quando la batteria non si scaricò, poco prima del gesto estremo, il 17 giugno 2014. Dalla sua voce, spesso rotta dalle lacrime, i giudici hanno potuto ascoltare le accuse. Rosita dice ai genitori di averla odiata e aggiunge che, proprio per questo, il suo suicidio a loro non dispiacerà tanto. Non piangeranno, insomma, perché di lei non è mai importato nulla. Rosita, anche nello scritto, usa spesso la parola «odio», come quando invita padre e madre a chiedersi se una parte dell’odio che lei, uccidendosi, rivolge su di sé, non possa essere quello ricevuto da loro. Soprattutto verso il padre. C’è anche tanto rimpianto per la vita e i sogni interrotti, ma la convinzione che così è impossibile andare avanti.

La richiesta di indagini

Rosita ribadisce che i genitori non l’hanno mai capita, conosciuta, né accettata per quello che era e che la sua ultima volontà è quella di lasciare un segno. Ma dice anche che le dispiace lasciare la vita, che avrebbe voluto fare tante cose, andare all’estero, avere un ragazzo, rendere felice qualcuno. E poi che non ce la fa più a continuare a vivere in quel modo, come «segregata». La ragazza sembra consapevole che i suoi messaggi potrebbero portare problemi, forse una denuncia, per i genitori. Ma forse solo così, lascia intendere, potranno capire le ragioni della sua decisione. Ragioni che la ragazza sembra comporre, filmandosi prima di uccidersi. Un gesto che ricorda la discussa serie tv statunitense ‘13 reasons why’, dove un’adolescente registra in audiocassette i 13 motivi che l’hanno spinta al suicidio, rivolgendosi agli amici. Come sottolineano i pm nell’atto di accusa, in questo caso i destinatari dei messaggi di Rosita sono invece i genitori e le forze dell’ordine. Ai primi cerca, per l’ennesima volta, con disperazione e rabbia, di far capire quanto si sia sentita sola, incompresa, ignorata, privata della possibilità di vivere relazioni ed esperienze proprie dell’età; agli altri, gli investigatori, chiede di far luce su quello che è successo.

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