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5 documentari da guardare per prepararsi alle elezioni americane

Logo Esquire Esquire 28/10/2020 Di Mario Aloi
Ecco alcune opere per prepararsi all'evento. © Netflix Ecco alcune opere per prepararsi all'evento.

Dopo la lista di libri, ecco un altro giro di materiale preparatorio alle imminenti elezioni americane: i documentari. Qualche campagna elettorale in presa diretta, dibattiti, razzismo sistemico e Ronald Reagan. Ce n’è per tutti i gusti, ma andiamo con ordine.

The War Room

(D.A. Pennebaker / C. Hegedus, 1993)

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Cominciamo con un vero e proprio classico della cinematografia sulle campagne elettorali americane, che non poteva in alcun modo essere omesso. The War Room segue la prima rincorsa alla presidenza di Bill Clinton, e lo fa dalla stanza dove sono state prese tutte le più importanti decisioni strategiche. Si parte dalle primarie di febbraio in New Hampshire, che di fatto rimisero il giovane governatore dell’Arkansas sulla mappa, per arrivare alle elezioni generali di novembre, quando Clinton ebbe la meglio sul presidente uscente George H. W. Bush.

In mezzo alcuni dei ritornelli più famosi della politica americana, come The economy, stupid o Change vs More of the same, due tra i consulenti politici che han fatto la storia del Partito Democratico, come James Carville e George Stephanopoulos, più la co-regia di Donn Alan Pennebaker e Chris Hegedus, coppia – erano marito e moglie – di autentici maestri del genere (Primary, Jingle Bells, Town Bloody Hall e Al Franken: God Spoke).

Best of Enemies

(R. Gordon / M. Neville, 2015)

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Nell’anno elettorale 1968, a ridosso delle convention democratica e repubblicana, ABC è terza per distacco tra gli storici network americani. Il budget di cui dispone è parecchio lontano da quelli di NBC e CBS, i suoi più ricchi concorrenti. Non potendo investire su una copertura full time dei due eventi, i produttori optano per una soluzione creativa: decidono d’invitare un grande intellettuale per parte a dibattere in studio i principali temi della campagna elettorale.

I prescelti sono lo scrittore e drammaturgo Gore Vidal, di orientamento liberal, e William F. Buckley Jr, direttore/fondatore della National Review, tra le più importanti riviste di area conservatrice. Con quest’idea, s’inventano di fatto il talk show come lo intendiamo oggi. I due discutono, litigano e intrattengono, mentre il nuovo format ha un grande successo. Come tutti i prodotti pionieristici, anche queste serate di accompagnamento alle convention mescolano un’intuizione futuristica con il tono del proprio tempo. Precorrono la guerra culturale che la politica americana sarebbe diventata nei decenni successivi, rimanendo però in un certo senso elitarie e intellettuali come un talk show oggi non potrebbe mai essere.

Weiner (J. Kriegman / E. Steinberg, 2016)

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All’inizio del 2011 Anthony Weiner è un promettente parlamentare democratico eletto alla Camera nel nono distretto di New York. Sua moglie è Huma Abedin, tra le più importanti assistenti di Hillary Clinton. Insomma, ci sono tutte le premesse per una grande carriera, almeno fino a quando non viene fuori che il giovane deputato ha l’abitudine di condividere foto intime con donne appena incontrate online.

Nel tentativo di rimettersi in piedi, un paio di anni dopo lo scandalo, Weiner si candida a sindaco di New York. Questo documentario segue passo passo quel tentativo disperato, dando allo spettatore un’interessante prospettiva interna su una campagna in perenne damage control, durante la quale il candidato è costretto a parlare per tutto il tempo dell’unica cosa di cui non vorrebbe parlare mai. Nella storia di Anthony Weiner – il cui cognome in inglese suona identico a wiener, che vuol dire würstel (sì, le foto erano quel genere di foto) – privato, pubblico e politico si sovrappongono in maniera tanto estenuante quanto avvincente.

XIII Emendamento

(Ava DuVernay, 2016)

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Sicuramente uno dei documentari del momento, utile per mettere in contesto le proteste degli ultimi mesi e più in generale il razzismo sistemico negli Stati Uniti. Il tredicesimo emendamento alla Costituzione è quello che nel 1865 abolì la schiavitù, al suo interno contiene però una precisazione: certo, nessuno può essere privato della libertà, ma solo a patto che non abbia commesso alcun crimine.

Secondo Ava DuVernay (Selma, When They See Us), quel cavillo ispirò la tendenza nazionale all’incarcerazione di massa, che non a caso colpisce in stragrande maggioranza gli afroamericani: in pratica un modo per tenere in vita la schiavitù anche dopo che è diventata illegale. C’è un famoso libro su questa e altre derive che s’intitola Slavery by Another Name, schiavitù sotto un altro nome. Ecco, l’idea è grosso modo quella. Tra le facce note che compaiono nel film e ci dicono più o meno consciamente la loro ci sono Donald Trump, Angela Davis (lei ovviamente è molto consapevole di quello che dice), l’ex speaker della Camera Newt Gingrich e tutto il business delle carceri statunitense.

Alla Conquista del Congresso (Rachel Lears, 2019)

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Alla Conquista del Congresso (Knock Down the House) racconta le campagne per le primarie democratiche del 2018 di quattro giovani donne, tutte provenienti dall’ala più progressista del partito. Cori Bush, Amy Vilela, Paula Jean Swearengin e Alexandria Ocasio-Cortez. Solo quest’ultima è arrivata a sorpresa fino alla Camera dei Rappresentanti ed è oggi probabilmente uno dei volti più celebri della politca statunitense nel mondo. Dopo aver perso nel 2018, però, quest’anno anche Cori Bush e Paula Jean Swearengin hanno vinto le rispettive primarie – Bush sempre per la Camera in Missouri, Swearengin per il Senato in West Virginia – e saranno sulle schede tra qualche giorno per giocarsi le loro chance contro i candidati repubblicani.

Una grande storia di campagne dal basso, senza un soldo e senza grandi possibilità (almeno in teoria), che ci serve anche a buttare un occhio su due importanti tendenze elettorali di questi ultimi anni americani: il numero crescente di giovani donne candidate ed elette, e l’ascesa dell’ala sinistra del Partito Democratico, che si fa sempre più presente non solo nel dibattito pubblico, ma anche nei vari uffici.

Bonus track

The Reagan Show

(S. Pettengill / P. Velez, 2017)

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The Reagan Show ce lo usiamo come bonus track perché fuori dagli Stati Uniti non ha avuto la risonanza che merita, e quindi possiamo farlo passare come una specie di opera d’essai. Il documentario parte da due premesse, la prima delle quali esce dalla bocca dello stesso Reagan nelle battute iniziali del film. L’intervistatore di turno gli dice che a quanto ne sa è il primo attore a esser diventato presidente. E poi chiede se ci sia qualcosa che ha imparato durante la precedente carriera che gli sia tornato utile nel nuovo lavoro. Reagan sorride e risponde che ogni tanto si domanda come sia possibile fare il presidente senza prima aver fatto l’attore.

La seconda premessa arriva in forma di didascalia poco dopo: l’amministrazione Reagan ha generato una quantità di materiale video senza eguali, pari alle cinque amministrazioni precedenti messe insieme. Facendo uso di soli filmati di repertorio, Sierra Pettengill e Pacho Velez ci guidano attraverso gli anni reaganiani mettendo in evidenza alcune delle migliori performance del presidente, con particolare attenzione al duello comunicativo tra lui e Gorbachev lungo tutto il periodo dei negoziati sulle armi nucleari.

Scegli tu!
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