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Coronavirus, Pechino ora chiude le scuole: caccia a 200 mila infetti

Logo Corriere della Sera Corriere della Sera 17/06/2020 Guido Santevecchi

TIANJIN Non sembra esagerato chiamarla la Battaglia di Pechino. Perché sono le autorità politiche che ormai da giorni annunciano di aver messo «in modalità bellica», una alla volta, zone della capitale dove si sta insinuando «il nemico invisibile» coronavirus. L’ultimo ordine è rivolto agli abitanti dei distretti dichiarati a più alto rischio (almeno 6 su 16) ed è di non uscire da Pechino per alcuna ragione; vietato varcare i confini della megalopoli anche ai taxi, per evitare che qualcuno aggiri i controlli nei due aeroporti e nelle stazioni ferroviarie; sospese le linee di numerosi autobus a lunga percorrenza che collegano Pechino alle province dello Hebei e dello Shandong, di solito utilizzati dai lavoratori migranti che non hanno i soldi per i treni ad alta velocità o gli aerei. Un clima da stato d’assedio sanitario. Tanto che tutte le scuole della capitale. primarie e secondarie, sono state nuovamente chiuse mentre sono state riattivate le lezioni a distanza. 

Ma chi sono e quanti sono i cittadini pericolosi in una metropoli di 22 milioni di anime? Di sicuro quelli che abitano in zone non distanti dal grande mercato Xinfadi dove giovedì scorso è stato scoperto il focolaio che ha contagiato e fatto ammalare più di cento persone (altre 27 ieri). Ma siccome Xinfadi rifornisce il 90% di Pechino, è chiaro che ci possono essere stati moltissimi contatti inconsapevoli. Impossibile censirli tutti, nonostante le app di controllo mobile sviluppate dalla tecnologia cinese e l’ipotesi che Alibaba e Tencent stiano appoggiando il tracciamento. Si dice che i due giganti dei pagamenti via smartphone stiano riversando alle autorità i dati sulle transazioni compiute dagli utenti nei diversi punti della città (ogni pechinese paga via smartphone qualunque cosa, dalla spesa al taxi, dal ristorante al cibo di strada). Alibaba e Tencent negano.

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Le autorità valutano che a lmeno 200 mila abitanti siano venuti in contatto direttamente o indirettamente a partire dal 30 maggio con quello che è il più grande mercato alimentare di Pechino e dell’Asia. Il 30 maggio sarebbe il giorno del paziente zero del mercato, finito in ospedale giovedì scorso 11 giugno: era un venditore di verdura di Xinfadi. Ieri i malati erano diventati 106.

Cercando di rintracciare tutti i possibili infetti, sono stati eseguiti già almeno 100 mila tamponi. Quindi, un centinaio di contagiati non desterebbe un altissimo allarme in altre città del mondo in pandemia, da Tokyo a Seul, ma anche a Milano o Parigi. A Pechino però le autorità non vogliono correre rischi: l’incubo di Wuhan è ancora ben presente.

I prossimi tre giorni saranno decisivi, ha detto al tg Wu Zunyou, capo degli epidemiologi di Pechino: «Le misure di contenimento sono state tempestive e gli infettati dovrebbero manifestare sintomi entro due o tre giorni al massimo. Se i numeri si stabilizzeranno vorrà dire che abbiamo vinto».

Pechino è stordita, incredula che il nemico coronavirus si sia insinuato in città. La gente non mostra alcuna insofferenza per le restrizioni imposte. Anzi, ne invoca di più stringenti. Le autorità chiedono a chi è stato a Xinfadi nei giorni precedenti l’allarme focolaio di farsi avanti e sottoporsi a tampone e quarantena a casa. «Già, ma come si fa a credere all’onestà della gente, bisogna costringerla la gente» ci ha detto per telefono un abitante del distretto di Chaoyang, dove ci sono stati solo un paio di casi. E ha concluso: «Visto che siamo in “modalità di guerra” le autorità dovrebbero imporre qualsiasi cosa».

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