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L'ipocrisia di chi parla di pace in Yemen e si arricchisce con la guerra

Logo Lettera 43 Lettera 43 09/11/2018 Armando Sanguini
© News 3.0

Quale specchio più eloquente della dominante ipocrisia internazionale. Questo è stato il mio primo, istintivo commento alla vista della straziante immagine della piccola yemenita Amal Hussein di fronte alle lamentazioni che hanno marcato le cronache mediatiche e politiche della settimana scorsa. Le più ripetitive si sono arrotolate attorno al mantra della «guerra dimenticata» dello Yemen, quasi che a non ricordarla nei suoi orrori e nelle sue responsabilità sia stata e sia tuttora un’entità astratta e non gli stessi mezzi di informazione e poi i membri della Comunità internazionale che vi sono coinvolti, senza con ciò assolvere gli altri, quelli cioè che l’hanno passata e continuano a passarla sotto silenzio pur essendo ben consapevoli delle sue nefaste conseguenze. La realtà è che si è trattato e si tratta di una guerra che è servita e serve alle ambizioni e agli interessi di alcuni soggetti regionali e internazionali mentre altri soggetti hanno assistito e assistono senza esporsi e senza cercare di fermarla e/o di impegnarsi davvero ad alleviare le sofferenze della popolazione yemenita che sta in mezzo ai due contendenti.

LA GUERRA PER PROCURA TRA ARABIA SAUDITA E IRAN

Questa guerra viene da lontano giacchè lo Yemen è un Paese tormentato da tensioni interne che risalgono al crollo dell’Impero ottomano; che attraversano la posticcia unificazione dei due Stati in uno e poi il regime totalitario di Saleh (1990) fino alla sua cessione forzata dal potere nel 2012 sull’onda delle cosiddette primavere arabe. Questa cessione portò alla presidenza di 'Abd Rabbih Mansour Hadi, riconosciuta internazionalmente. Ma la comunità degli houthi (Nord Ovest del Paese) che in tutto il decennio precedente aveva già dato vita a un alternarsi di fasi di conflittualità col precedente governo centrale, riprese a combattere nel 2014 non ritenendosi insoddisfatta nelle sue storiche istanze con un colpo di stato mirante a rovesciare Hadi. Un golpe riuscito solo in parte ma che portò questo gruppo cospicuo a occupare la capitale e una vasta area orientale del Paese.

Saleh 110923075439 © News 3.0 Saleh 110923075439

Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu approvò una Risoluzione (Russia astenuta) con la quale intimò agli houthi di ritirarsi dalle zone conquistate e impose l’embargo delle armi mentre, su richiesta di Mansour Hadi, si era formata una coalizione militare araba a guida saudita, con l’appoggio degli Usa, per contrastare i ribelli e ripristinare la legalità. Riad vide nell’azione armata degli houthi - non a torto, come risulterà chiaro nei mesi seguenti - una manovra sostenuta dall’Iran, l’arcinemico regionale che intendev sfruttare questa guerra per procura in considerazione della strategica posizione geografica dello Yemen: Paese confinante con l’Arabia saudita (1.800 Km) e soprattutto Stato che può controllare il flusso del Mar Rosso.

Yemen 140922174819 © News 3.0 Yemen 140922174819

Da allora è cominciata una sequenza di falliti tentativi negoziali dell’Onu e di altri Stati della regione finalizzati a concordare di cessate il fuoco tra le parti. E, soprattutto, la lunga serie di operazioni militari hanno stremato il Paese, già annoverato tra i più poveri del mondo. Il bilancio è terrificante – oltre 7 mila morti, 3 milioni di sfollati, 5 milioni di bambini con carenza di cibo, etc. - ed è stato addebitato dal mainstream mediatico alla coalizione a guida saudita che certo non è andata molto per il sottile per evitare di coinvolgere civili, anzi. Ma in questo scenario terrificante non sono esenti da pesanti responsabilità gli houthi che col passare del tempo hanno sensibilmente arricchito il loro arsenale militare, certamente non prodotto in casa, confiscato 65 navi umanitarie e sono stati accusati di usare i bambini-soldato, di spargere di mine anti-uomo il territorio, etc. Un rapporto 2018 dell’Onu pone sul banco degli imputati di «probabili crimini di guerra» tutte le parti in conflitto.

TRE QUESITI SU UN CONFLITTO CHE CONVIENE A MOLTI

Qui si pone il primo quesito: quanti e quali Paesi sono coinvolti nella vendita di armi a ciascuna delle parti in conflitto? Tutti, dagli Usa agli Stati europei, inclusa l’Italia, dall’Iran alla Russia e altri ancora in una corsa al business letale che fa a pugni con le lamentazioni che a ondate successive si levano contro gli uni e, più sommessamente, contro gli altri. E ancor più con le brusche sollecitazioni di questi giorni a un cessate il fuoco e a un negoziato di pace dai Paesi che sono anche i maggiori fornitori di armi che non riescono a nascondere uno strano odore di ipocrisia politica pronta a dissolversi alla prossima fornitura.

Yemen: Save the Children, 150 morti © ANSA Yemen: Save the Children, 150 morti

Il secondo quesito riguarda gli aiuti umanitari e di emergenza. L’argomento secondo il quale è molto difficile farli arrivare – tra l’altro è in corso uno scontro per il controllo di Hodeida, il maggior porto di ingresso di aiuti (e di armi) - è fondato. Non è però dirimente se si considera che dall’Unione europea sono stati stanziati per il 2018 poco più di 100 milioni di euro a fronte di esigenze assai più impegnative e che alle Nazioni Unite sono affluiti, sempre nel 2018, circa 2 miliardi di dollari (dei 3 richiesti) di cui la metà messa a disposizione della stessa Arabia saudita. Col comprensibile ringraziamento (con foto) del segretario generale Guterrez all’erede al trono saudita Mohammed bin Salman; già proprio questo Giano bifronte, visionario progressista ma in salsa assolutista, insofferente dei corrotti ma anche degli oppositori e dei potenziali concorrenti e ora messo sotto l’ombra cupa dell’omicidio Khassogi.

Yemen: Oxfam, una vittima ogni tre ore © ANSA Yemen: Oxfam, una vittima ogni tre ore

Il terzo quesito riguarda i beneficiari di questa situazione che alla fine sembrano essere, paradossalmente, i gruppi del terrorismo, Al Qaeda in primis e poi l’Isis che trovano nella crisi un eccellente brodo di coltura. Bisogna dire che da questo contesto si staccano decisamente le organizzazioni non governative impegnate negli aiuti umanitari e di emergenza che attendono un credibile segnale di cessazione di questa guerra e un negoziato di riconciliazione degno di questo nome. Il tentativo è in corso e la sede sarà verosimilmente in Svezia. Lo porterà avanti il rappresentante Onu Martin Griffith che ha già sperimentato, recentemente, il fallimento di un altro tentativo, a Ginevra; questa volta sotto l’ombrello aperto con vigore, non si sa con quanta convinzione ma certo sotto l’influsso dello scandalo Khassogi, da Usa e Inghilterra. Il governo yemenita, assieme alla coalizione araba, si sono già dichiarati d’accordo. Si attende ancora la parola degli houthi e dunque dell’Iran che forse sarà restio a dar mostra di debolezza in questa fase tanto appesantita dalla seconda bordata delle sanzioni americane.

Scegli tu!
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