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Sorrisi, inchini e lenzuola di bucato«Non sono eroi, li aspetta la scuola»

Logo Corriere della Sera Corriere della Sera 12/07/2018

D odici piccoli sosia. Che avessero la stessa altezza e lo stesso peso dei ragazzini intrappolati nella grotta. Che non temessero di stare qualche ora in mezzo all’acqua. E che soprattutto tenessero acqua in bocca, senza rivelare nulla. Per il Grande salvataggio, s’è usato di tutto. Barelle ultraleggere per trasportare. Benzodiazepine per stordire. Sosia per addestrarsi. «Il mondo deve sapere che quel che abbiamo fatto è qualcosa di unico, resterà nella storia dei soccorsi, è stato un puzzle di decisioni e di fortuna», sorride Derek Anderson, 32 anni, capitano dell’Us Air Force di stanza a Okinawa, catapultato qui al quinto giorno d’emergenza: «Siamo dovuti ricorrere anche ai finti bambini…». Che storia: il capitano Derek dice che una mattina è andato a sceglierli di persona, nelle scuole intorno a Mai Sai. E quando ha trovato dodici bimbetti che di corporatura potevano essere uguali ai Cinghialotti là sotto, li ha portati subito in una piscina lontana da qui. «Per i Navy Seals era fondamentale rapportarsi qualche ora con bambini simili a quelli là sotto. Dovevano capire come afferrarli fisicamente, come spostarli, come maneggiarli…». Ed è servito? Il capitano ha fretta di ripartire per il Giappone, paga gli extra dell’alberghetto sullo stradone per la grotta, chiude lo zaino e stringe la mano: «Giudicate voi».

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A giudicare dal primo video dei salvati, sì. È il giorno dei retroscena e dei racconti. La grotta di Tham Luang è chiusa e lo rimarrà per mesi: uno striscione all’ingresso ringrazia «tutto il mondo venuto a salvare i 13». L’operazione Tham Luang diventerà un museo permanente interattivo e un centro speleologico internazionale, ha deciso il governo thailandese, e questa zona sarà d’ora in poi un’attrazione per i turisti di tutto il mondo, come Phuket o Sukhothai. Uno spazio nella storia nazionale, l’avranno anche le prime immagini girate ieri nel padiglione di medicina interna dell’ospedale di Chiang Rai: il piccolo Titan che finalmente dorme beato nelle lenzuola bianche e fresche, tre ragazzini con le mascherine alla bocca che chiacchierano e s’aggirano con passo tranquillo, le tre dita I-Love-You, vi amiamo tutti, e i ciao ciao e gl’inchini al di là della vetrata, le mamme che al di qua s’asciugano le lacrime.

E com’è felice Adul, il quattordicenne che là sotto ha fatto da interprete perché è l’unico a sapere l’inglese e il cinese e il birmano, il ragazzino senza diritti che vive in una chiesa battista perché lì l’hanno lasciato i suoi genitori quand’era piccolo. I Wild Boars resteranno in quarantena un’altra settimana, poi un mese a casa senza contatti esterni. Tre hanno una leggera polmonite, tutti hanno perso un paio di chili e nel loro sangue ci sono troppi globuli bianchi, probabilmente qualche infezione. «Questi ragazzi non sono eroi — avverte il governatore — hanno solo avuto un incidente. Milioni di persone ora li conoscono. Lasciamoli tranquilli».

Tranquillità: per superare l’inesperienza e la paura dell’immersione, confermano, i sepolti vivi ne hanno ricevuta in buone dosi per tutta la durata del recupero. Ansiolitici minori, per la precisione, somministrati dall’anestesista-sommozzatore australiano Richard Harris, che ha interrotto le ferie ed è sceso per una settimana nella grotta, ora dopo ora accanto ai Cinghialotti. A 53 anni, Harris è un esperto di recuperi estremi in grotta e garantiscono tutti che «senza di lui quest’operazione sarebbe stata impossibile»: nel 1981, gli è toccato risalire per otto chilometri con la salma della fidanzata, e anche stavolta non s’è risparmiato il dramma di suo padre, che d’improvviso ad Adelaide ha perso la vita mentre Richard era qui a salvarne altre tredici. «Alcuni ragazzini si sono proprio addormentati e per portarli su li abbiamo legati alle barelle — racconta Chayananta Peeranarong, un Thai Navy Seal —. Altri avevano le dita che si contorcevano, come fossero storditi, ma il respiro è sempre stato regolare. E tutti sono arrivati in ospedale coscienti, in grado di parlare». Poteva andare peggio: mezz’ora dopo il tredicesimo salvataggio, quando Harris e un centinaio di persone erano ancora nella grotta, l’idrovora principale s’è rotta. «In pochi minuti, il livello dell’acqua è salito — racconta Anderson —. È stato un momento di terrore. La gente urlava, le torce s’agitavano nel buio, tutti cercavano l’uscita. Poteva annegare molta gente. E se la pompa si fosse rotta prima, davvero non so che cos’avremmo potuto fare».

Riproduci nuovamente video

Thailandia, le prime immagini dei ragazzini (Mediaset)

Scampato pericolo. Chi tace e non si muove nel suo letto, ripercorrendo con la mente tutto quel che è successo, è l’allenatore della squadra. Ekapol non riesce a dormire ed è molto stressato: là sotto, s’è preso lui l’incarico di decidere quali ragazzi dovessero uscire prima e quali dopo, «sono io il loro tutore e non voglio lasciare ad altri un peso che dev’essere il mio». Ek non sa ancora se lo processeranno per la decisione d’andare nella grotta nonostante i cartelli di divieto e per l’allarme procurato: c’è di mezzo un morto, il sub thai, e i magistrati potrebbero considerare lui oggettivamente responsabile. Ek potrebbe anche essere chiamato a risarcire le spese dei soccorsi, milioni di euro che naturalmente non ha. In questo caso, dicono, solo una grazia del re lo salverebbe. Sia clemente, Maestà.

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