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Coronavirus, Conte e l’Aula semideserta: disinfettanti ovunque e deputati distanti: «Abbiamo fatto quello che potevamo, pronti altri 25 miliardi»

Logo Corriere della Sera Corriere della Sera 25/03/2020 Aldo Cazzullo

Un deputato su sei. L’accordo è questo: per garantire la rappresentanza dei vari partiti, e pure la distanza di sicurezza. A occhio, sono anche meno. Camera semideserta. Non è tempo di guerra, ma di epidemia. Piazza Montecitorio vuota e zitta. Presidio dei carabinieri. Infermieri in tuta, guanti e mascherina prendono la temperatura a chi entra. Chiusa la buvette, anche qui neanche un caffè; chi vuole può chiedere un cestino da viaggio con due panini, una bottiglietta d’acqua e una mela; una ventina di onorevoli si prenotano. A ogni ingresso, a ogni porta, a ogni ascensore un dispenser di disinfettante, ogni parlamentare ha poi in dotazione la sua boccettina personale. Ognuno ha ricevuto una mail e un whatsapp: chiunque abbia sintomi non venga alla Camera e chiami il medico; chiunque abbia avuto contatti con un positivo lo comunichi immediatamente. 

Quattro deputati hanno il virus – Claudio Pedrazzini del gruppo misto, Edmondo Cirielli di Fratelli d’Italia, Anna Ascani e Luca Lotti del Pd -, la Camera non può diventare un focolaio, a maggior ragione oggi che finalmente . Il presidente del Consiglio non ha la pochette e ha qualche filo bianco tra i capelli nerissimi. Un commesso in mascherina verde e guanti bianchi gli porge il microfono. Mascherina e guanti anche per i deputati, li toglieranno solo per parlare. Dieci minuti di ritardo, il tempo di ascoltare il bollettino quotidiano, sempre drammatico ma oggi un po’ meno. Conte parte bene, accorato, cita i camion militari che portano via i morti, esprime la solidarietà ai familiari, si unisce all’applauso dell’aula, il momento più significativo della seduta, che dura due minuti. I restanti quaranta filano via noiosetti. Conte proprio non ce la fa a rinunciare al linguaggio forense, al «percorso normativo volto a contemperare», al «porre in atto», all’«intervento legislativo in corso di elaborazione».

I concetti fondamentali sono tre. Primo: abbiamo fatto quello che potevamo fare; come diceva Manzoni “del senno del poi son piene le fosse”; verrà l’ora di fare i bilanci, “frigido pacatoque animo”, freddamente e pacatamente; ma quell’ora non è adesso, adesso è tempo di agire. Secondo: abbiamo dovuto prendere misure eccezionali, ma senza violare i principi democratici. Terzo: i soldi ci sono, abbiamo messo 25 miliardi e ne metteremo altrettanti, abbiamo attivato garanzie per 350 miliardi e altrettanti verranno; però non basta; non possiamo fare solo debito italiano, bisogna fare debito europeo condiviso; otto Paesi sono con noi, compresi Francia e Spagna. Le mascherine mancano, è vero; purtroppo hanno alzato i prezzi, chiesto i soldi in anticipo, bloccato le esportazioni, ci sono «intermediari poco trasparenti» e «vere e proprie truffe internazionali»; ma arriveranno. La vera questione è l’economia. Servono strumenti nuovi, «un salto di qualità»: «A un’emergenza straordinaria si risponde con mezzi straordinari». Così l’Italia tenta di mettersi alla testa di un fronte di Paesi mediterranei che chiedono eurobond, che spingono i nordici a fare debito comune, a coprire le spese necessarie. «Garantiremo la liquidità a famiglie e imprese», assicura Conte. Come, non lo dice. Una cosa è sicura: più di ottomila medici hanno risposto a un bando per 300 posti; ora servono 500 infermieri da schierare in prima fila, il premier si dice convinto che si offriranno in molti di più. E cita una lettera di Michela, infermiera nel reparto Covid dell’ospedale di Senigallia: «Con grande dignità mi ha ricordato gli sforzi e i rischi suoi e dei colleghi, mi ha chiesto di far sì che non siano dimenticati, quando l’emergenza sarà finita. Michela, noi non ci dimenticheremo di voi, di queste giornate così rischiose, così stressanti». Altro applauso.

Il dibattito riesce stentato. Molti capigruppo non ci sono, Mariastella Gelmini di Forza Italia ad esempio è rimasta nella Brescia martoriata, al suo posto parla Roberto Occhiuto, rimprovera Di Maio che sorride, «non c’è niente da sorridere». C’è qui il questore della Camera, Gregorio Fontana, che è di Bergamo e sul profilo WhatsApp ha scritto «molamia», non mollare: «Era il motto degli alpini, è diventato quello dell’Atalanta, adesso è il motto di tutti noi. Ogni giorno muoiono due o tre persone che conosco. Ovunque ci sia stato un terremoto o un alluvione sono arrivati i bergamaschi ad aiutare; adesso siamo noi ad aver bisogno di aiuto». Davide Crippa dei 5 Stelle ringrazia tutti, «anche chi sta a casa». La Lega fa parlare Guido Guidesi da Codogno: «Noi della prima zona rossa siamo stati i primi a essere abbandonati. Non abbiamo visto nessuno, tranne i poliziotti dei posti di blocco, che sono stati gentili. Abbiamo dovuto fare da soli». Graziano Delrio ringrazia tutti «e in particolare il presidente della Lombardia Fontana, il sindaco di Bergamo Gori». Maria Elena Boschi: «Servirà una commissione d’inchiesta per accertare le responsabilità; perché Bergamo non è stata dichiarata zona rossa? Chiediamo scusa a medici e infermieri lasciati senza mascherina». Giorgia Meloni: «La gente chiusa in casa non sa se avrà i soldi per mantenere i figli, e la Germania ci ha già risposto: attaccatevi! L’Europa viene a frugare nelle nostre macerie per fregarci l’argenteria! Apriamo la porta di questo Palazzo, facciamo la nostra parte, diamo risposte». Atmosfera surreale, qualcuno propone di spostare il Parlamento all’Eur, ma significherebbe aprire un cantiere da centinaia di persone: impossibile. L’altro argomento delle conversazioni da Transatlantico è il governo di unità nazionale, gira ovviamente il nome di Draghi; ma son cose che passano sulle teste dei parlamentari, non è mica più qui che si decidono.

Domattina si ricomincia al Senato, dove Conte troverà Salvini e Renzi, i due Matteo entrambi ostili. Il 31 marzo la Camera torna a votare, sul cuneo fiscale, una cosa di prima della crisi, che pare vecchia di un secolo: si farà la chiama, i deputati sfileranno uno per uno, attenti a non sfiorarsi, a non parlarsi, a non guardarsi nemmeno.

Scegli tu!
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