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Coronavirus, i pazienti "arrivano già in crisi d’ossigeno, ansimano come se corressero"

Logo Corriere della Sera Corriere della Sera 26/03/2020 Gianni Santucci

MILANO — «Se il Covid-19 entrasse profondo su Milano, sarebbe come un Boeing-747 che si schianta davanti al pronto soccorso. Non ce la faremmo». L’infermiere B. non potrebbe parlare. La comunicazione per tutto il personale sanitario è stata «blindata». Accetta però di raccontare al Corriere un mese di lavoro in epoca di coronavirus.

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Lo fa dall’interno del Pronto soccorso dell’ospedale «Sacco» di Milano. Struttura di riferimento nazionale per le malattie infettive. Prima, però, era anche un ospedale «normale». Oggi è solo Covid. Sale operatorie ferme. Posti in terapia intensiva passati da 8 a 30. Pronto soccorso trasformato in polmone d’emergenza. «Servirà ancora una settimana — riflette l’infermiere B. — per sapere che quel crash non ci sarà». Che pazienti vede oggi? «Qualche settimana fa molti arrivavano con sintomi lievi, o medi, comunque senza “impegno respiratorio”. Oggi sono un po’ meno, ma l’età media s’è abbassata, intorno ai 55/60 anni, anche ragazzi di 30 anni. E quasi tutti hanno bisogno immediato di ossigeno. Febbre che non scende sotto i 38. Lastre bruttissime. In pronto soccorso vedi ovunque persone con cannule, mascherine, caschi». Come se lo spiega? 

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«Tutto il sistema sanitario sta dicendo ai malati di restare a casa isolati il più possibile. A volte va bene, ma le persone non si rendono conto di quanto avanza la malattia. Entrano in pronto soccorso con l’ossigeno nel sangue a 90, basso da far spavento. Quaranta atti respiratori al minuto, oltre il doppio del normale: hanno fatto quattro passi e ansimano come se avessero corso. Compensano fino alla fine con i polmoni quasi compromessi. Su 20/25 pazienti che entrano in un turno di 7 ore, almeno 3 o 4, ancor prima di fare il tampone, hanno già bisogno del casco, massimo livello di ossigeno prima dell’intubazione». Ce la fate ? «In pronto soccorso “reggiamo” 8-9 caschi, più le mascherine. Hanno creato due aree d’emergenza, anche in astanteria. Ad ogni bocchettone d’ossigeno è attaccato qualcuno. Abbiamo anche i meccanismi per sdoppiare i flussi e assistere due pazienti. Ma la quantità totale d’ossigeno dell’impianto resta quella. Per ora stiamo reggendo». Siete preoccupati? «Il “Sacco” è attrezzato per il bioterrorismo. Abbiamo sale visita specifiche, docce alla candeggina per l’antrace. Con quella mentalità è stato trasformato l’intero ospedale. La nostra forza è stata la formazione obbligatoria, ogni infermiere può essere reperibile per la task force Ebola. Sai come vestirsi. Come comportarti. Che precauzioni prendere. Sono io che scelgo le protezioni, a seconda se sto al triage o in emergenza. Affrontiamo il Covid con i protocolli Ebola, un virus con una mortalità devastante. Tutto questo per ora ci sta salvando la pelle». (È la differenza chiave rispetto a molti altri ospedali lombardi, che per carenze nella formazione, nell’organizzazione d’emergenza e nelle scorte di protezioni, investiti dall’epidemia, sono diventati centri moltiplicatori del contagio). Come è cambiato il «Sacco»? «Un mese fa ci comunicano che le ambulanze porteranno solo sospetti Covid. Entriamo in una maxi-emergenza perenne, che dura ancora. Viene rifatto il pronto soccorso. Si trovano aree d’emergenza per gestire i pazienti gravi nell’immediato. Vengono studiati percorsi diversi, linee gialle e verdi, posti “puliti” e posti “sporchi”. E poi aree di isolamento, di filtro, di sanificazione, di vestizione. Ascensori solo per i “positivi”. Prima i prelievi di sangue viaggiavano con la posta pneumatica, oggi vengono sigillati in triplice involucro e portati di persona da un operatore, per evitare ogni contaminazione. All’accettazione, tutti i pazienti ricevono guanti, mascherina e camice monouso». Dove trova la speranza? «Ho visto i bambini col coronavirus. Lo passano come un raffreddore. Almeno loro saranno risparmiati da questa tragedia».

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