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Donizetti, il suo “Marino Faliero” trionfa nel teatro vuoto

Logo Avvenire Avvenire 2 giorni fa Pierachille Dolfini

La sensazione è quella di essere dentro un sogno. Di quelli strani, non per forza un incubo, che qualche notte capitano. Sogni che già mentre li fai cerchi di interpretare, di decodificare nella loro scrittura criptata di onirico. Ma che forse è meglio vivere e basta e riprendere in mano (o forse no) all’alba. Silenzio. Irreale (impensabile sino a qualche tempo fa) per un teatro prima di uno spettacolo. Orchestra in posizione. Entra il direttore – che è Riccardo Frizza. Nessuno applaude. Un gomito a gomito con il primo violino. I musicisti si siedono. Tutto in un silenzio ovattato. Da sogno, appunto. Immagine da pugno nello stomaco, il fastidio lo senti addosso. Lo senti dentro. Ti rimbomba, strano a dirsi visto che sei immerso nel vuoto dei suoni, in testa. Perché è come se qualcuno di colpo avesse tolto l’audio alla vita, passato il dito su uno schermo touch e messo la barra sul simbolo dell’altoparlante.

Ma è un attimo, perché sulle note ribattute della tromba, si riattiva l’audio, torna il suono. Il suono/il non suono della musica al tempo del Covid. Perché la pandemia, ancora una volta, ha chiuso (ancora prima di altri luoghi) i teatri. O meglio. Ha lasciato fuori dalle sale il pubblico. Ma non ha impedito – non lo hanno fatto, diversamente dal primo lockdown, le restrizioni imposte dal governo – di provare, di produrre, di andare in scena. A porte chiuse. Nel silenzio irreale e inquietante di una sala vuota. Silenzio che abbiamo ascoltato (e sentito, freddo, sulla pelle) dal vivo, defilati in un palchetto di terz’ordine (abito scuro, mascherina nera) per non entrare nell’inquadratura delle telecamere, al Teatro Donizetti di Bergamo.

Silenzio all’inizio del Marino Faliero, titolo inaugurale dell’edizione 2020 del Donizetti opera festival, tutta in streaming (diretta della prima su Rai5 con lo spettacolo visibile ora su RaiPlay) sulla web tv della rassegna dedicata al compositore bergamasco.Scale, passerelle, ponteggi metallici si sono impadroniti della platea del Donizetti, teatro restaurato di recente e inaugurato (solo) virtualmente (la cerimonia doveva essere proprio in questi giorni) dallo spettacolo di ricci/forte. Anch’esso un sogno/incubo nella sua modernità sghemba, nel suo mettere in scena un mondo, onirico appunto, popolato di strani personaggio che sembrano usciti da una sfilata di moda, di quelle con abiti che mai indosseresti nella vita di tutti i giorni.

Personaggi che hanno volti (e corpi) che si trasformano e si deformano tanto più il potere si corrompe, coperti da mascherine, schermati da specchi che riflettono, inquietanti nel buttarti in faccia bocche spalancate da strumenti (di tortura), bocche che vorrebbero gridare un dolore, ma dalle quali non esce un suono. Burattini nelle mani di un potere – che è ora dell’uomo ora dell’altro a dire che tutti siamo vittime e carnefici in un gioco di ruolo che si può ripetere all’infinito – che dimentica l’uomo. Lo deforma. Lo uccide. Perché, sui ponteggi della scenografia di Marco Rossi, ci sono (forse) solo cadaveri. Non solo alla fine, quando il libretto racconta la morte di Fernando e di Faliero, Ma durante tutto lo spettacolo. Morti viventi che ripropongono in un incubo che ha i contorni del reale una storia avvenuta nella Venezia del 1355 e che perennemente ritorna.

L’immaginario di ricci/forte è marcatamente pop, sneakers e giacche damascate, cappotti militari e stivali dorati (i costumi sono di Gianluca Sbicca) evocano un mondo (il nostro, raccontato/incarnato da certa tv) dove l’estetica si fa (unica) etica. Marcatamente amplificato, sottolineato a tinte forti, per fargli urlare, nel silenzio di un immagine, un disagio. Il disagio di vivere, di amare, di governare… e di veder fallire tutto quanto. Fantasmi (che potremmo essere noi) che, come personaggi in cerca d’autore, prendono vita sulle note di Donizetti. La storia, sembrano dire ricci/forte con questo spettacolo (meno visionario del solito), dobbiamo (ri)scriverla noi. La regia di Stefano Ricci (che ha curato il progetto con Gianni Forte) non descrive, suggerisce.

Non mette in scena una visione a senso unico (modernizzata) della storia di Marino Faliero, unico doge nella storia di Venezia condannato a morte, muove personaggi tra scale e passerelle, personaggi che non si sfiorano, non si trovano (pur cercandosi), non si toccano restando in una perenne solitudine – e la contingenza delle regole anti Covid, tra distanziamento, mascherine e sanificazione diventa poetica della distanza e dell’incomunicabilità del (nostro) mondo. Mondo a un bivio, imposto dalla pandemia che non è solo emergenza sanitaria, ma nuova torre di Babele per un uomo che vuole raggiungere un’onnipotenza (tecnologica, scientifica, di sentimenti) che lo avvicina (se non affianca) a dio.

Moto perpetuo, quello dei personaggi del Marino Faliero sui ponteggi nella platea del Donizetti, contrappuntato dall’azione di sei performer che danno corpo (deformato, sghembo, precario, in bilico perenne sull’abisso) ai sentimenti, in un poco rassicurante cardiogramma visivo fatto di disegni coreografici (di Marta Bevilacqua) dissonanti rispetto alla musica. Musica che è puro belcanto. Musica che Donizetti scrive nel 1835 e dove non c’è nulla di rassicurante, anzi. Ci sono squarci di un Novecento che verrà, ombre sinistre per raccontare un potere decadente, specchio (forse) dell’oggi. Opera politica che Riccardo Frizza dal podio tiene saldamente in pugno. Orchestra per metà in platea e per metà sul palco: davanti al direttore gli archi, alle sue spalle i fiati e il coro.

Due leggii per una direzione a 360 gradi. Che non è solo legata allo spazio, ma anche alla capacità di Frizza di tenere insieme nella sua lettura un mondo sonoro che cambia colori e intonazioni (di sentimento) continuamente. Cupo, chiuso alla speranza. La speranza che non c’è nel Faliero di un eccellente Michele Pertusi, nella Elena di un’intensa Francesca Dotto, nell’Israele di un sorprendente Bogdan Baciu, nel Fernando di un Michele Angelini generoso (voce bellissima e acuti svettanti), ma in difficoltà (di intonazione e di tenuta) nell’affrontare una parte impervia per problemi alle corde vocali (il tenore è arrivato in corsa a sostituire l’indisposto Xavier Canarena).Il buio scende improvviso sull’ultima nota. E fa ripiombare nel silenzio il teatro. Silenzio che accompagna (ed è un altro pugno nello stomaco) l’uscita degli artisti per gli applausi. Applausi che non ci sono. Appalusi che, alla fine arrivano dagli artisti stessi. Insieme alle lacrime.

Scegli tu!
Scegli tu!

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