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M5s vuole avvicinarsi al Pd o solo allontanarsi da Salvini? Un paio di analisi

Logo AGI AGI 6 giorni fa AgiNews
© Fornito da AGI - Agenzia Giornalistica Italia Spa

“Svolta moderata” o “svolta a sinistra”? A cosa bisogna dare più credito, dopo l’intervista del 14 maggio di Luigi Di Maio a La Repubblica? Rassicurare l’elettorato sganciandosi da Salvini e agganciandosi a Zingaretti? Moderare i toni o radicalizzare i gesti?

A dieci giorni esatti dal voto europeo, Luigi Di Maio è a un bivio. Perché, come osserva Massimo Franco sul Corriere della Sera del 15 maggio, ancor prima di correre a sinistra verso il Pd, la sua offensiva contro la Lega sembra esser nata prima di tutto “non solo per registrare lo spostamento a destra di Salvini, ma per schiacciarlo su quelle posizioni; e per fare terra bruciata non tra alleati di governo, ma tra elettorati che si erano mostrati contigui”.

“E liquida con un sorriso d’ufficio l’accusa salviniana di flirtare con il Pd: accusa simmetrica a quella del M5S sui rapporti Lega-Forza Italia” analizza l’editorialista di via Solferino, che osserva come Di Maio “per paradosso lascia aperta una strada a una riconciliazione postelettorale”. Dunque, si tratterebbe di mosse tattiche, leggeri posizionamenti in vista del voto.

Eppure il giorno prima, sulle stesse colonne, Antonio Polito vedeva “crescere il leftismo di Di Maio”. Segnali sinistri nella convinzione che prima o poi l’alleato potrebbe rompere l’alleanza di governo. Quindi i grillini sarebbero in cerca di un piano B, di una via d’uscita guardando a possibili nuovi alleati. Anche se lo stesso Polito osservava che “il leftismo di Di Maio sta diventando quasi imbarazzante. I pentastellati sono antifascisti al Salone di Torino e pro-cannabis negli shop, visitano gli inquilini rom di Casal Bruciato e inneggiano a papa Francesco che riaccende la luce nei palazzi occupati dai profughi. Hanno fatto il reddito di cittadinanza e ora propongono il salario minimo. Ieri Di Maio ha persi- no preso le difese del partito dei contestatori di Salvini nelle piazze: "Sequestri di telefonini, persone segnalate, striscioni ritirati. Troppa tensione". E poi la botta al ministro dell’Interno: «Mi appello a tutte le forze anche di governo, basta slogan”.

Inomma, “un po’ è semplice geometria elettorale” continua Polito perché, “se Salvini chiede un referendum su di sé alle Europee, allora la posizione più comoda è quella del No: nell’uno contro tutti, di solito vincono i tutti (ricordate Renzi?). Di Maio sta appunto provando a mettersi alla guida dei tutti. E poi cercare voti a destra che senso avrebbe? Lì ci sono solo posti in piedi. Salvini ha fatto il pieno e il resto è della Meloni. Anzi, prima o poi perfino il Capitano si dovrà fermare nella sua marcia su CasaPound: gli sta aprendo una falla di consensi al centro”. Dunque? “Dunque, se il M5S va a sinistra nessuno si meravigli. È un partito di plastilina, materiale perfino più malleabile della plastica di cui era fatto quello di Berlusconi”. Quanto a Di Maio, però, lui una posizione ce l’ha sul Pd: “Non ho nessuna sintonia, è un semaforo fermo” dice.

E allora, giochi chiusi? Non se ne fa nulla? “E però la missione di queste settimane è preparare un terreno comune su cui ragionare. Per provare a evitare elezioni anticipate, scenario improbabile, o per un’alleanza con i dem dopo eventuali nuove politiche. Per questo, il leader strizza l’occhio a Zingaretti frenando sulle autonomie e promettendo una legge sul conflitto d’interessi. Per la stessa ragione, incassa il sostegno del segretario Pd sul ‘salvaRoma’. E cerca sponde sul salario minimo e sull’acqua pubblica”. E con che obiettivo? “Tutto per convincere Salvini a non chiudere la legislatura” si legge sul quotidiano di Largo Fochetti

Allora è solo tattica? Pressione sull’alleato? Minaccia di fuga per convincere il leghista a non tirare troppo la corda rischiando di romperla? “Picchiare sulla Lega per tenersi avvinghiati alla Lega, ecco la strategia di Di Maio” scrive ancora la Repubblica nella sua edizione cartacea, perché “’l’unico modo per andare avanti con questo governo è ridimensionare Salvini. Colpirlo senza tregua, come ha fatto lui con noi per mesi’” riferisce un virgolettato anonimo e non attribuito a chicchessia. Quindi il Pd, in questo schema diventerebbe null’altro che “lo spettro da agitare per spaventare l’alleato”: “’Spingiamoli a destra – è la linea – se blocchiamo la Lega sotto il 30 e prendiamo il 23-24%, Salvini non potrà muoversi. E l’esecutivo non cadrà” è il ragionamento di un anonimo dirigente grillino. Credibile?

Secondo il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa quella dell’estremismo moderato di Di Maio o anche di Salvini “è una grande balla”, “una gigantesca illusione”. “Ma dato che alle prossime elezioni politiche sarà difficile – e lo diciamo con un sorriso – che possa affermarsi il romantico modello Gela, ovvero un patto di governo tra pezzi di Pd e pezzi di Forza Italia – seguita Cerasa - prima o poi sarà necessario ragionare intorno a un tema da voltastomaco: alla prossima occasione, andrà fatto di tutto oppure no per promuovere una qualsiasi soluzione politica diversa da quella attuale? Illudersi che esista un populismo estremista più presentabile dell’altro è una sciocchezza tipica di una classe dirigente specializzata a essere più digerente che dirigente (se lo spread ieri è arrivato a 280 punti base non è perché Salvini ha detto di essere pronto a sforare tutti i parametri europei ma è perché i mercati considerano credibile che il progetto di Salvini possa essere assecondato da Di Maio)”.

“Non capire però che buona parte della classe dirigente italiana (con Repubblica che si candida già a fare il giornale puparo del governo Pd-M5s) è impegnata ormai da mesi a ragionare su questo tema significa non capire qual è la vera sfida di fronte alla quale si trovano le opposizioni al governo: evitare cioè che gli italiani si rassegnino a considerare la sfida tra M5s e Lega come il cuore del nuovo bipolarismo italiano”. Il 26 maggio l’ardua risposta.

Dal suo punto di vista, Il Fatto Quotidiano nell’edizione in edicola vede all’orizzonte solo “il Patto del Pomicino”, nel senso di Paolo Cirino, ex ministro democristiano che Zingaretti è andato a trovare e il quale ha fatto un endorsement a favore del Governatore del Lazio. Intanto è come tutto sospeso. A Palazzo Chigi come al quartier generale della Casaleggio Associati.

Il Corriere però ricostruisce nell’edizione del 15 maggio e giura che dietro la svolta a sinistra di Di Maio c’è una nova regia del Movimento 5 Stelle che prende le mosse all’indomani dei risultati elettorali in Abruzzo, disastrose per i seguaci di Grillo e Casaleggio. E anche per i toni della Lega, sempre più ruvidi nei loro confronti. “È stato allora che Luigi Di Maio ha pensato che così non andava, che i troppi errori di una Comunicazione poco reattiva e ancora in una logica da 'opposizione' rischiavano di schiacciarlo. È stato a quel punto che, paradossi della politica, ha pensato che gli servisse un giornalista vero, con esperienza nel rapporto con i colleghi, per risalire la china. E così è arrivato Augusto Rubei, che resta portavoce del ministro della Difesa Elisabetta Trenta, ma che ha preso in mano le redini della Comunicazione, aprendo una fase nuova per i 5 Stelle. Che avrà un primo punto di verifica con le Europee”.

Insomma, le prime mosse di Rubei “sono state quelle di riposizionare il Movimento, che rischiava di essere fagocitato dalla bulimia salviniana, e di ridare un’identità al gruppo. A questo si deve lo spostamento a sinistra, con ammiccamenti che hanno come scopo quello di punzecchiare la Lega, più che di allacciare rapporti con un Pd ancora odiato” osserva il quotidiano di via Solferino.

Alla fin fine, l’unico “a notare troppi accoppiamenti tra Pd e 5 stelle, troppa sintonia” potrebbe esser rimasto il solo Salvini. In quanto, osserva, “dicono no all'autonomia, no alla flat tax, no al nuovo decreto sicurezza. Qualcuno mi spieghi se il M5s vuole andare d'accordo con il Pd o con gli italiani e la Lega, rispettando il patto” si legge su Libero. Ma è sufficiente per sostenere che andranno con il Pd?

Chiosa ancora una volta Polito sul Corriere: “Voi direte: ma come fa il Pd a scavalcare i Cinquestelle? È una buona domanda. Fatela al segretario. Potrebbe rispondervi che se ci metti vicino un altro partitino di sinistra, e un partitino di centro, e un partitino di Bonino, allora si arriva al 30% e i Cinquestelle devono per forza fare lo junior partner. È il proporzionale, bellezza. Ed è così che si vota in Italia, meglio non dimenticarlo”. Dulcis in fundo, chiude l’editorialista del quotidiano milanese: “Questo scenario può essere rovinato solo da un evento altamente probabile: che le prossime elezioni le vinca il centrodestra”.

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