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Migranti, la Lamorgese non ha fatto nessun miracolo

Logo Italia Oggi Italia Oggi 6 giorni fa di Cesare Maffi
© ItaliaOggi

Basta poco, per capire come si fosse finto che la faccenda andasse e come invece è andata. Sono sufficienti due titoli di la Repubblica: «Migranti, il nuovo piano è una svolta. Una redistribuzione vera in Europa» (23 settembre); «Migranti, il patto di Malta non decolla. Due mesi per coinvolgere altri Paesi» (9 ottobre).

L'entusiasmo professato, anche da altri mezzi d'informazione, rispondeva a un fine politico: dimostrare che la caduta del ministro Matteo Salvini provocava decisivi miglioramenti proprio nel settore in cui godeva massima popolarità. Quindi, il non accordo della Valletta, un semplice documento privo di qualsiasi esecutività, veniva presentato come una rivoluzione già attuata: l'Europa entrava in una fase di solidarietà e collaborazione.

Adesso, la titolare dell'Interno Luciana Lamorgese torna con le pive nel sacco dall'incontro in Lussemburgo che avrebbe dovuto sancire il passaggio da impegni verbali (assunti da un pugno di paesi) a concrete iniziative (condivise da tutti).

Per capire in quali condizioni si sia trovata la Lamorgese basta l'incertezza stessa sul numero dei potenziali (forse) nuovi Stati disponibili ad accogliere: «Tre o quattro». Proprio così. È talmente debole la disponibilità dei Paesi che nemmeno si riesce a individuarli.

Si parla di Lussemburgo e Irlanda, da aggiungersi a chi era presente alla Valletta (Italia, Malta, Francia e Germania). Non solo. La Germania, in teoria tutrice della non realizzata intesa, ha chiarito: «Lasceremo l'accordo se i migranti da accogliere diventeranno migliaia». Altro che percentuali prefissate sul totale dei richiedenti asilo da caricare ai paesi solidali!

Quanto ai tempi, confermato che l'accordo della Valletta era una generica dichiarazione di buona volontà, Lamorgese tentenna: «Speriamo di chiudere fra novembre e dicembre».

Nessuna certezza, nessuna data: solamente una speranza. A intralciare la partecipazione di volonterosi non sono soltanto i paesi di Visegrad, ma pure quelli che già hanno le loro rogne, cioè gli arrivi in casa propria, e non possono curarsi dei clandestini altrui. Ecco la Spagna, che ricorda le migrazioni attive nel Mediterraneo occidentale, ed ecco Cipro, Grecia e Bulgaria, impegnati nel Mediterraneo orientale: Italia e Malta si vedono dunque ristrette nel Mediterraneo centrale.

Le incertezze sulle partecipazioni, da vedersi in quali forme, numeri, percentuali, non sono espresse soltanto dal ministro italiano. Infatti, nell'indicare le auspicate adesioni (non realizzate ancora, forse non realizzabili mai) il ministro tedesco ha fatto cenno a «una dozzina di Paesi» mentre il collega francese è stato più ristretto: «Circa dieci paesi». Basterebbe la genericità numerica per capire come la faccenda stia come i migranti: in alto mare.

Così la nostra politica procede come sempre, fra auspici, auguri, ammonimenti, moniti, inviti, insomma una sagra di parole stracolma di retorica e di appelli che da anni restano inascoltati.

Dovrebbe ormai essere chiaro che tutti, proprio tutti, gli Stati del continente non vogliono migranti in casa. Non ne vogliono sapere né di migranti economici né di migranti detti fantasma. Sono unanimi nel non volere profughi. Questo, perché sono consapevoli dei sentimenti dei propri cittadini. Perché allora soltanto il governo italiano si vorrebbe preoccupare dello ius soli?

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