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Nando Dalla Chiesa: «Così è cresciuta la “società mafiosa”»

Logo Avvenire Avvenire 3 giorni fa Diego Motta
© Fornito da Avvenire

Andrea Bonafede, geometra di Campobello di Mazara che avrebbe prestato l'identità al boss Matteo Messina Denaro, è stato arrestato dai carabinieri del Ros nell'abitazione della sorella Angela dove era andato a vivere, sulla tredicesima Est di Tre Fontane, frazione marinara di Castelvetrano. Bonafede deve rispondere di associazione mafiosa.

È dentro la “borghesia mafiosa” che bisogna guardare, per capire se la cattura di Matteo Messina Denaro darà frutto nei prossimi anni. Gli intrecci tra organizzazioni criminali e poteri economici sono infatti il convitato di pietra di questi giorni di indagini e scoperte, di indiscrezioni e scenari. A che punto siamo? E come sta reagendo l’opinione pubblica a queste notizie? «La mia impressione è che si sia allargata quella che chiamo la “società mafiosa” e, contemporaneamente, si sia ridotto il nucleo dei duri e puri di Cosa nostra». A parlare è Nando Dalla Chiesa, figlio di Carlo Alberto, il generale ucciso nel 1982 a Palermo. Proprio il “metodo Dalla Chiesa” è stato evocato dal comandante dei Ros, Pasquale Angelosanto, come strumento-chiave per arrivare all’arresto del superlatitante. «Mio padre inventò i censimenti degli appartamenti venduti e affittati per prendere i terroristi in clandestinità. Diceva sempre di lavorare sulla mappatura delle case e dei garage, perché qualcosa si riesce a ottenere. Mi pare che questo metodo abbia funzionato anche in questa vicenda. Consiste di fatto nel coordinamento centralizzato delle indagini, nel controllo del territorio minuzioso e competente. Non solo: anche nello studio delle genealogie dei criminali mandate a memoria» spiega Nando Dalla Chiesa.

Che idea si è fatto di una latitanza durata trent’anni?

Una latitanza del genere si giustifica innanzitutto con protezioni importanti, che sono di popolo. Protezioni ben ricambiate, si intende. Matteo Messina Denaro, a quanto sta emergendo, avrebbe praticato la tolleranza sulla riscossione del pizzo, abbassando le richieste e cercando di non inimicarsi il territorio. C’è stata evidentemente una certa condiscendenza nei suoi confronti, dettata dalla paura, da parte degli strati popolari e delle professioni. Sono terre in cui vige il meccanismo del “prima o poi, lui potrebbe tornare…”, che ha sempre fatto scattare omertà e silenzi. Poi ci sono territori e territori. A Palermo, sicuramente, il tipo di connivenze e complicità che c’era negli anni Novanta è saltato. Perché nei decenni si è insistito sulle scuole, sulla legalità. Altro discorso è la provincia di Trapani, storicamente impenetrabile per livelli mafiosi e per i legami profondissimi con la massoneria.

Il popolo dell’antimafia però è cresciuto…

Sicuramente, ma si è ristretta la zona intermedia tra mafia e antimafia. Per questo dico che si è allargato il campo della “società mafiosa”. Ero a Bologna il 21 marzo 2015 con Romano Prodi: c’erano 200mila persone per la marcia annuale di Libera. Il Professore si avvicinò e mi disse: non esiste città europea in cui possano esserci così tante persone radunate insieme, senza che il giorno prima sia successo qualcosa di drammatico. Invece erano semplicemente persone libere di dire il proprio «no» ad ogni sorta di illegalità. Era il segnale di una coscienza antimafia che avanzava, tanto da essere oggi, con il movimento ambientalista, il più forte movimento europeo. Tuttavia, specularmente, la società chiamata alla prova mostra di essere meno estranea al fenomeno mafioso rispetto a ciò che si potrebbe pensare.

Chi sono i colletti bianchi che fiancheggiano la mafia?

Difficilmente si tratta di borghesia imprenditoriale. Di solito, invece, è la borghesia delle professioni, proprio quella che sta uscendo dalle indagini. Si va dai medici compiacenti agli avvocati. Qualche volta ci sono magistrati e giornalisti. Ovviamente, c’è poi la storia dei rapporti tra mafia e massoneria che, per chi conosce certe zone della Sicilia, è acqua calda. Eppure è chiaro che si sono mossi degli interessi oscuri, legali e illegali, in questa vicenda, e vale sempre la pena di ricordare che in gioco ci sono logge coperte, segrete, associazioni non consentite dalla Costituzione.

Preoccupano anche gli intrecci tra Cosa nostra e la ‘ndrangheta.

La mafia ha preso tanti di quei colpi in questi anni che il numero stesso delle persone criminali va fatalmente riducendosi. Lo vediamo anche nel caso delle parentele allargate dei boss, dove assistiamo a fenomeni di defezione prima impossibili. Discorso diverso per la ‘ndrangheta, soprattutto al Nord. Qui la mafia conta meno, mentre le ‘ndrine dominano, approfittando degli spazi lasciati liberi. Sono queste radici profonde che preoccupano. Quel che impressiona è che tutti le organizzazioni criminali dimostrano di essere molto abili nell’utilizzare tutte le forme fruibili di potere, attraverso le leve del mercato della droga e dell’azzardo, ad esempio, che possono contare su una domanda inestinguibile. Per questo la sfida delle mafie al nostro modo di vivere è innanzitutto una sfida che va al cuore dei nostri valori e della nostra civiltà.

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