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«Sarò sul ponte per mio fratello nel giorno dell'inaugurazione di quello nuovo»

Logo Avvenire Avvenire 5 giorni fa Fabio Canessa, Genova
© Fornito da Avvenire

Ci sono voluti cinque giorni di ricerche, sotto le macerie mastodontiche del Ponte Morandi, per trovarli tutti. Alla fine Genova e l’Italia hanno contato 43 morti. Uno strazio inaudito, una ferita che resta aperta per tutti anche nel giorno-simbolo della rinascita di una città che non vuole e non può dimenticare. C’era Henri Diaz sul ponte, 30 anni e i progetti che in questa pagina racconta il suo fratello più piccolo: tornava da Milano con Angela Zerilli, 60 anni. C’erano Dawna Munroe e Cristian Cecala, con la loro piccola Crystal di 9 anni: da Oleggio, nel Novarese, viaggiavano verso il porto e le vacanze sull’Elba. Andavano dal nonno, invece, Roberto Robbiano, 44 anni, ed Ersilia Piccinino, 41: sui sedili posteriori dell’auto viaggiava Samuele, un anno più piccolo di Crystal. A Pinerolo, in Piemonte, vivevano invece Andrea Vittone, 50 anni, originario di Venaria, la compagnia Claudia Possetti, 48 anni, e i figli di Claudia, Manuele e Camilla, di 16 e 13 anni. Piemontesi anche Alessandro Robotti, 50 anni, e la moglie Giovanna Bottaro, 43 anni. Sogni e speranze infrante anche per i quattro ragazzi di Torre del Greco Matteo Bertonati, Giovanni Battiloro, Gerardo Esposito e Antonio Stanzione: erano partiti per un viaggio “on the road”. In vacanza erano anche Nathan Gusman, 20 anni, la fidanzata Melissa Artus-Bastit, 22, e gli amici Axelle Namate Place, 20 anni, e William Pouzadoux, 20. E poi Elisa Bozzo, “la Ely”, Andrea Cerulli, “camallo” della Culmv, Francesco Bello, Giorgio Donaggio, Marian Rosca, Anatoli Malai, Gennaro Sarnataro, Vincenzo Licata, Juan Carlos Pastenes con la moglie Nora Rivera Castillo e l’amico Juan Figueroa, i futuri sposi Alberto Fanfani e Marta Danisi, Marius Djerri con il collega Admir Bokrina, Luigi Matti Altadonna (a casa moglie e 4 bambini), Stella Boccia e il fidanzato Carlo Jesus Eraso Trujillo. Lavoravano sotto il ponte, invece, Mirko Vicini (31 anni), con il collega Bruno Casagrande (57) e Alessandro Campora (46).

Emmanuel Diaz ci sarà​

Emmanuel Diaz ci sarà. Domani salirà anche lui sul nuovo ponte di Genova per partecipare alla cerimonia di inaugurazione. Nello stesso punto – metro più, metro meno – dove la Opel Corsa gialla di suo fratello Henry sprofondò nel baratro il 14 agosto 2018. «Sarà un momento particolare, ma non devo perdermi nessun passaggio. Sento che per me è necessario vivere tutti questi eventi, perché è quello che mi spinge a cercare la giustizia».

Dalla Colombia all’Italia per sfuggire alle violenze della guerra civile dopo la morte del padre per mano dei paramilitari. Una nuova vita che prende forma a Uscio, un piccolo paese dell’entroterra ligure di Levante. Poi il fratello maggiore decide di restare, l’altro torna in patria. Un abbraccio quando mancano due giorni a Ferragosto, per dirsi “arrivederci” alla fine delle vacanze. Senza sapere che sarebbe stato un addio. «Ero appena atterrato a Medellin quando ho saputo quello che era successo a Genova – ricorda Emmanuel –. Ho provato a contattare Henry per ore, ma non rispondeva nessuno. Cercavo di creare dentro di me una speranza, ma qualcosa mi diceva che lui era già da un’altra parte». Poi la sensazione diventa certezza: «Ho visto una diretta su Facebook e ho riconosciuto subito la sua macchina. Sono crollato. E ho smesso di sperare».

E saranno quelle stesse immagini ad accompagnare Emmanuel nella giornata più difficile, quella in cui l’Italia celebra l’orgoglio di una ricostruzione fatta presto e bene, ma anche quella che i familiari di molte altre vittime hanno scelto di vivere in disparte incontrando il presidente Sergio Mattarella lontano dalle telecamere. Emmanuel no, lui ha deciso che andrà lassù: «Mi sto preparando mentalmente per affrontare quei metri. È vero che il ponte è cambiato ma il panorama no. Ed è l’ultima immagine che mio fratello ha vissuto. Non voglio lasciare nulla in sospeso».

Negli occhi c’è sempre la sequenza registrata dalla telecamera che puntava il viadotto verso Ponente: «Quando vedo quella curva penso subito all’auto che sbuca dalla galleria, ai fari che diventano rossi e poi si allontanano fino a sparire». E poi, le coincidenze. Il 28 giugno 2019, quando le ultime due pile strallate del Morandi sono state demolite con l’esplosivo, sarebbe stato il trentunesimo compleanno di Henry: «Anche allora ero presente. È stato come rivivere il crollo. Ma mi è servito per andare avanti».

Giustizia, ripete. Giustizia e non speranza. «Ma come si fa a parlare di speranza vedendo la posizione che ha assunto il governo sulle concessioni? Come fai a fidarti di questa società che ha dato dimostrazione di malafede? Sono molto arrabbiato perché lo Stato ci ha riconsegnati al boia. Così si mettono le basi per una nuova strage».

Nel 2019 Emmanuel ha scelto di tornare in Liguria, questa volta per rimanere. Non solo perché doveva stare accanto a mamma Nora, che ora vive con lui a Chiavari. «Io sono qui perché voglio giustizia per mio fratello – scandisce –. Mi sto occupando a 360 grandi del ponte Morandi, sono ossessionato da questa faccenda. Io stesso ho paura ogni volta che entro in autostrada. Mia madre non merita di vedere un altro figlio crollare, non merita di vedere un figlio che si arrende. E sono certo che le cose cambieranno quando inizierà il processo».

Ma chi era Henry Diaz? «Per me è sempre stato un esempio. Era lui che mi spingeva a crescere, era lui che mi dava le motivazioni per andare avanti quando crollavo nella vita. Puntava alle stelle, diceva che bisogna diventare la versione migliore di se stessi». Un’infanzia vissuta nelle atrocità, l’assassinio del padre, gli incubi di notte. Nel 2005 il trasferimento in Italia: «Era la prima volta che vedevo il mare. È stato favoloso, un sogno per noi. E lui possedeva proprio questa capacità, quella di materializzare i sogni». Henry all’epoca aveva solo 17 anni. «Ha iniziato a crearsi sempre più opportunità. Negli ultimi tempi lavorava spesso a Montecarlo, faceva <+CORSIVO50>catering<+TONDO50>, stava completando gli studi in ingegneria, gli avevano offerto un ottimo posto di lavoro a Londra. Era in una fase meravigliosa della sua vita, non sprecava mai il suo tempo, non lo avrebbe fermato nessuno. E continuava a dire che, se fosse morto, gli sarebbe piaciuto essere in Italia. Ne parlava come se la sentisse arrivare».

E così è stato. I sogni di Henry si sono spezzati alle 11.36 di una vigilia di Ferragosto mentre accompagnava in un centro benessere Angela Zerilli, 58 anni, una sua amica di Corsico Milanese, anche lei vittima del crollo. In piedi sono rimasti i suoi progetti per finanziare gli studi dei giovani in difficoltà in Colombia. «Era riuscito ad aprire un nuovo canale di aiuti, a settembre avrebbe dovuto incontrare Falcao (il capitano della nazionale di calcio colombiana, ndr e un manager inglese», racconta Emmanuel che adesso vive per colmare quel vuoto con una battaglia legale indipendente dai comitati.

«Io mi muovo per conto mio, con i miei avvocati. Conosco le mie abilità, ho studiato psicologia e criminologia in Colombia, voglio capire perché mio fratello è morto». E poi? «Non lo so. Io l’Italia l’ho sempre amata tantissimo, ma diversamente da Henry non sono stato così abile ad aprirmi tante possibilità. Certo, l’Italia che ha incantato mio fratello non è quella che lo ha ucciso. Mia la mia vita è cambiata in maniera così marcata che quando penso al futuro mi sento male. Come farò ad andare avanti senza di lui?».

Tutto questo dolore Emmanuel se lo porterà domani a 45 metri di altezza sul nuovo ponte Genova San Giorgio che ricuce, e non solo idealmente, una città ferita. Due lembi riuniti di una terra che è diventata anche la sua. Ma sarebbe troppo facile accomodarsi sulla retorica della rinascita: «È importantissimo riconoscere la potenza dell’Italia, ma altrettanto importante non far finta che quello che è accaduto il 14 agosto 2018 sia qualcosa di scontato. Dobbiamo combattere per trovare giustizia. I liguri sono sempre state persone molto resistenti: la tragedia della torre piloti, le alluvioni sono tutti elementi che ci hanno preparato al crollo del Morandi. Questa è l’ennesima battaglia, e noi la dobbiamo vincere».

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