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Silvia Romano a 2 mesi dal sequestro: silenzi e misteri dall’Italia al Kenya

Logo Corriere della Sera Corriere della Sera 12/01/2019 Francesco Battistini
© Fornito da RCS MediaGroup S.p.A.

State zitti, se potete. Per il 20 gennaio, a due mesi dal sequestro di Silvia Costanza Romano in Kenya, un gruppo di uomini di buona volontà stava per organizzare un flash mob nelle città italiane. Tutti in strada, a chiedere solamente una cosa: liberatela. Le adesioni si stavano accumulando, dalle «madamine» torinesi del Sì-Tav a personalità della scienza, della cultura, dello spettacolo. Poi, lo stop: la famiglia di Silvia, cortese, preferisce il silenzio. La Farnesina, più decisa, lo raccomanda.

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Niente striscioni, nessuna fiaccolata, nemmeno pubbliche preghiere. Anche il presidente Mattarella, nel discorso di fine anno, ha evitato di citare la prigionia della ventitreenne milanese. Davanti alla Scala, i tremila scesi venerdì in piazza contro il decreto sicurezza si sono limitati a ricordare quel nome perso nel vento del bush – «piano piano scivola via — ha twittato qualcuno — e la dimenticheremo, povera ragazza» e si sono uniti in un applauso su invito di un’ong, presente il sindaco Giuseppe Sala. Niente altro. Il silenzio è una strategia. Spesso giusta, com’è stato per molti ostaggi salvati dai negoziati riservati e dai riscatti mai confessati. Talvolta inutile, come fu per il povero Giovanni Lo Porto prima dimenticato, poi ammazzato per sbaglio da un drone americano sul confine afghano. O come stanno dimostrando i desaparecidos ormai quasi persi nella memoria: il bresciano Sergio Zanotti, rapito fra Siria e Turchia nell’aprile 2016; il missionario cremonese Luigi Maccalli, preso in Niger lo scorso 18 settembre; padre Paolo Dall’Oglio, sequestrato a Raqqa cinque anni e mezzo fa.

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Di questi italiani si torna a parlare solo quando ne rapiscono altri – il veneto Luca Tacchetto scomparso il 15 dicembre in Burkina Faso, con un’amica, o il bresciano Alessandro Sandrini (Turchia, ottobre 2016), oppure i tre napoletani Raffaele Russo, Antonio e Vincenzo Cimmino (Messico, gennaio 2018) -, ma a tutti i familiari viene chiesto dal nostro governo sempre, immancabilmente, di tacere. Per Silvia Romano, al silenzio italiano s’è contrapposta in queste settimane la loquela kenyota.

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Incontenibile, spesso fuori luogo. Dietro ogni svolta annunciata, ci s’è schiantati regolarmente sul muro del nulla: capi della polizia prodighi d’annunci («siamo vicini!»), di rassicurazioni («è viva!»), d’indicazioni («è ancora in Kenya!»), il tutto senza mai un elemento di prova che andasse oltre il proclama. Investigatori ora rimossi, ora richiamati. Dichiarazioni che non dicevano molto e qualche agente che consigliava, addirittura, di ricorrere agli stregoni e alla magia nera. Dispiego di droni che nessuno ha mai visto, d’elicotteri che decollavano solo per trasportare le autorità locali. Decine d’arrestati, rilasciati in poche ore.

L’ultima speranza d’una «svolta» viene dalle parole del procuratore di Nairobi, Noordin Haji, che a una delegazione italiana d’avvocati s’è in realtà limitato a manifestare l’intenzione di «procedere in maniera più decisa» nelle ricerche. Stiamo a vedere. Per adesso, è emerso solo il pasticcio delle indagini. Con cinquanta giorni di ritardo, le autorità si vantano d’avere messo il coprifuoco in un’area di 40mila km quadrati com’è la valle del fiume Tana, abitata qua e là solo da contadini e pastori, dominata da grandi clan familiari che diffidano della polizia, non collaborano e non si sognerebbero mai di rompere l’omertà. Gli investigatori sono sicuri che la banda con l’ostaggio non sia emigrata in Somalia? Ci sono 700 km di confine e solo quattro punti di controllo, andare di là è la cosa più semplice. E infine: ricordate i tre ricercati, «gli autori materiali del sequestro a Chakama», sui quali il governo africano aveva messo una taglia di quasi 25mila euro? Il figlio d’uno di loro, Yusuf Kuno Adan, dice che in realtà suo padre è morto sei mesi fa e ha mostrato in tv il certificato del decesso: non è detto che sia autentico, perché nei municipi kenyoti è facile pagare per avere questi documenti, ma la notizia è stata data dieci giorni fa da un giornalista Rai, Jari Pilati, e nessuno s’è preso la briga di smentirla o di confermarla.

Che cos’ha rallentato un caso che tutti a novembre, mentre esplodevano le polemiche pro o contro gli umanitari, davano per quasi risolto? Aver individuato i rapitori e l’area della prigione, ottenere la collaborazione della moglie d’uno della banda, catturare uno dei carcerieri, tutto questo a un certo punto ha lasciato ipotizzare perfino un blitz imminente (per la verità temuto dal governo italiano, che non si fida molto della capacità delle forze speciali kenyote di portare a casa incolume Silvia…). «Arrivano notizie incoraggianti», sorrise dunque nell’immediato il ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Salvo smentire «seccamente» qualche giorno dopo, via agenzie, varie voci che circolavano a Nairobi e sulle quali il sito Africa ExPress aveva trovato conferme: ottenuta la prova in vita dell’ostaggio e ricevuta una richiesta di riscatto, da Salvini in persona sarebbe arrivato ai nostri servizi l’ordine di non pagare. «Non si parla di riscatto», ha precisato il vicepremier. Chiarissimo. Nessun blitz. Niente soldi. Ma allora in Kenya su che cosa indagano, se stanno indagando? E su che cosa si tratta, se si sta trattando?

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