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Truppe turche entrano nel nord della Siria. Raid e bombe. La Ue: fermatevi

Logo Corriere della Sera Corriere della Sera 09/10/2019 Lorenzo Cremonesi, nostro inviato a Erbil, e Redazione Online

La Turchia ha lanciato l'operazione «Fonte di pace» nel nord della Siria contro le Unità di protezione dei popoli (Ypg) e contro i combattenti dello Stato islamico. Lo ha annunciato il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, su Twitter, dichiarando che «la nostra missione è prevenire la creazione di un corridoio del terrore al confine meridionale del nostro Paese e portare la pace nell'area». Un’offensiva che non è piaciuta alla Ue che tramite il presidente della Commissione, Jean Claude Juncker, ha esortato Ankara a bloccare l’operazione. «La via militare non porta mai a buoni risultati» ha detto Juncker, intervenendo all’Europarlamento. E rivolgendosi ad Ankara ha aggiunto: «Non aspettatevi che l’Ue finanzi una cosiddetta zona sicurezza». Un monito è arrivato anche da Mosca, con una nota del Cremlino riportata dall’agenzia Interfax secondo cui « Vladimir Putin ha chiesto ai partner turchi di valutare attentamente la situazione per non far saltare gli sforzi congiunti per risolvere la crisi siriana». Il presidente del Consiglio di sicurezza dell’Onu, il sudafricano Jerry Matthews Matjila, ha poi invitato a «trattenersi e proteggere i civili nel Nord della Siria» e ha ribadito che «non vi è soluzione militare in Siria».

La posizione dell’Italia

Anche l’Italia segue da vicino l’escalation: «La Turchia ha assunto una iniziativa unilaterale sulla quale non posso che esprimere preoccupazione — ha detto il premier, Giuseppe Conte —. Preoccupazione che possano essere messe in atto iniziative che possano portare ulteriori sofferenze alla comunità locale». Anche il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, è sulla stessa linea: «Azioni unilaterali rischiano solo di pregiudicare i risultati raggiunti nella lotta contro la minaccia terroristica a cui l’Italia ha dato un significativo contributo nell’ambito della Coalizione anti-Daesh e destabilizzare la situazione sul terreno». I senatori del M5S hanno invece auspicato un intervento di Nato e Onu per fermare Ankara e hanno esortato a sospendere le forniture militari italiane alla Turchia.

I primi combattimenti

Secondo quanto riferisce l’emittente Al Jazeera, quattro esplosioni sono state segnalate nelle postazioni curde di Ras al-Ayn - la zona da cui si sono ritirati i militari americani nei giorni scorsi al confine con la Turchia - contro postazioni delle milizie curde di protezione popolare (Ypg). Le Forze democratiche siriane (Fds), l'alleanza di milizie curde, arabe e assiro-siriache costituitasi durante la guerra civile siriana e finanziata dall'Occidente per la lotta al sedicente Stato Islamico, confermano che «sono in corso raid aerei turchi sul Nord della Siria, nelle zone di confine con la Turchia, anche su aree civili». I media siriani hanno poi parlato di esplosioni a Qamisli, località a ridosso della frontiera. Sul versante opposto, sono stati segnalati colpi di mortaio provenienti dalla Siria e diretti verso il confine, dove sono ammassate le truppe turche. Al momento non è possibile stilare bilanci di feriti o eventuali vittime, anche se le forze curde parlano di prime vittime tra i civili, circostanza ancora non verificabile. Da più parti si segnalano in ogni caso colonne di persone in fuga dai centri abitati.

La preparazione dell’attacco

Movimenti di truppe lungo il confine, artiglierie pesanti spostate su posizioni avanzate: è da martedì sera che le autorità curde in Siria andavano ripetendo che l’attacco turco era imminente. Un allarme confermato da un alto consigliere del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, attorno all’una di notte, aveva parlato di una «offensiva a breve». In risposta i dirigenti del Rojava, l’enclave autonoma curda nel nord-est siriano, appellano alla «mobilitazione generale». «Chiamiamo la nostra gente, tutti i gruppi etnici, a spostarsi verso le aree confinanti con la Turchia per compiere azioni di resistenza in questo momento storico», dichiarano. E aggiungono l’appello alla comunità internazionale affinché si adoperi per «impedire la catastrofe umanitaria che potrebbe investire il nostro popolo».

Da tempo il governo di Ankara ribadisce l’intenzione di creare una «zona cuscinetto» larga una trentina di chilometri lungo il confine con la Siria per combattere le forze militari di Rojava, considerate «terroriste», e soprattutto col fine di insediarvi un paio di milioni di profughi siriani fuggiti in Turchia dopo lo scoppio della guerra civile siriana nel 2011. A fianco delle truppe regolari turche sono dispiegati gruppi paramilitari di siriani sunniti che già operano nelle regioni di Afrin e attorno a Idlib, nel settore nord-occidentale del confine. Punti di maggior attrito appaino al momento la regione di Manbij e il centinaio di chilometri di confine attorno alle cittadine di Tel Abyad e Sere Kaniye. In allarme sono anche i punti di passaggio tra Rojava e l’Iraq, che sono in effetti i collegamenti più facili tra le regioni curde e il resto del mondo. ( Perché l’invasione turca in Siria può rilanciare l’Isis: l’analisi di Guido Olimpio nella newsletter America Cina. Leggila )

( notizia in aggiornamento)

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