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Maggioranza alle soglie della rottura. Lite Di Maio-Salvini, "Salva-Roma" ko

Logo Avvenire Avvenire 24/04/2019 Roberta d’Angelo
© Fornito da Avvenire

Ci vuole più di una giornata perché il vicepremier Matteo Salvini riesca a convincere il suo alleato Luigi Di Maio delle sue buone intenzioni. Questa volta non è abbastanza persuasivo quando di prima mattina assicura che tra Lega e M5s non c’è crisi, come vorrebbero alcuni giornali. E di essere pronto a partecipare senza «indossare l’elmetto» all’atteso Consiglio dei ministri fissato in serata, chiamato a riempire di contenuti il decreto Crescita (già approvato "salvo intese", senza definirne i particolari). «Noi andiamo sereni, abbiamo tante cose da fare e tante promesse da mantenere».

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E però tra le promesse il leader della Lega vuole che venga stralciata la norma "salva Roma", tanto cara ai grillini. Così cara che diversi ministri pentastellati, a partire dal capo politico Di Maio, decidono di disertare la riunione. In una escalation di battibecchi, la situazione arriva nuovamente al punto di rottura. Il titolare del Lavoro si rifugia negli studi televisivi di "DiMartedì", la trasmissione di La7 condotta da Floris. Il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli, che tiene alta la tensione sul caso Siri, non si presenta all’appuntamento. Dei grillini a Palazzo Chigi ci sono solo Lezzi, Bonisoli e Trenta. Il premier Giuseppe Conte cerca di nuovo di riannodare i fili sempre più logori. Finché, a telecamere spente, finita la registrazione, Di Maio si convince e punta su Palazzo Chigi.

«Nessuna crisi di governo, l’Italia ha bisogno di un governo per quattro anni – ripete a cantilena il leader della Lega –. Il mio rapporto con M5s è buono. Non ho tempo né voglia di litigare con nessuno». Ma soprattutto non ha modo di farlo in Consiglio dei ministri, perché manca l’avversario. Sul tavolo il decreto scotta. Il capitolo su Roma Capitale è incendiario. Ma il testo nel suo complesso è pensato per far ripartire l’economia e contiene diversi provvedimenti bandiera. «I ministri della Lega ci sono tutti, e quando si parla di crescita e di sostegno alle imprese è fondamentale esserci», incalza Salvini. Dal Carroccio si sottolinea che i ministri leghisti sono tutti presenti.

L’assenza di Di Maio però suona come uno schiaffo all’alleato, che teme per il suo fedelissimo sottosegretario Siri, sul quale M5s gioca la nuova trattativa: per M5s non può restare perché sospettato di collusione con la mafia o quanto meno di truffa. La mozione del Pd al Senato richiede i gruppi compatti e il leader 5 stelle sente di avere il coltello dalla parte del manico. Ma per Salvini è la sindaca di Roma Raggi a dover andar via, dopo le intercettazioni in cui ammette che la città «è allo sbando» e dopo le accuse che le vengono rivolte. La norma "salva Roma" contenuta nel decreto, dunque, deve essere sacrificata.

Salvini ne chiede lo stralcio. Esce dal Palazzo mentre la riunione è in corso e dichiara all’insaputa del resto del governo che si andrà allo stralcio. Alla domanda se è concordato con Di Maio, risponde: «Io concordo con chi c’è, non con chi non c’è». E allora Salvini restituisce lo schiaffo all’alleato e si intesta l’intesa per la «tutela dei risparmiatori truffati da banchieri irrispettosi», contenuta nel decreto. D’altronde, i grillini sono assenti.

«Le stanno provando tutte per distogliere l’attenzione sul tema principale: le dimissioni di Siri – sbottano i grillini – . Prima gli attacchi gratuiti alla Raggi, poi la foto di Salvini con il mitra e ancora la reintroduzione della leva obbligatoria. Una dopo l’altra per provare ad oscurare quella che per noi rimanere la notizia principale sulla quale non possiamo soprassedere: l’inchiesta per corruzione che vede il coinvolgimento del sottosegretario Siri». Ma c’è anche la polemica sull’accoltellato di Roma e quella sul 25 aprile. In sintesi, per i 5s «Siri se ne deve andare».

Conte cerca ancora di rimediare, Di Maio accorre ma i suoi non fanno in tempo a rientrare. E il braccio di ferro continua fino a notte, con la Lega che insiste: «Teniamo il punto, i romani meritano di più». Ma la vera resa dei conti, come ormai è lampante, è attesa dopo le europee. Quando Salvini potrebbe reclamare anche lo scranno più alto del Campidoglio.

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