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Perché Salvini ha aperto al taglio del numero dei parlamentari

Logo Lettera 43 Lettera 43 14/08/2019 Redazione
Crisi di governo, perché Salvini ha aperto al taglio del numero dei parlamentari. Crisi di governo, perché Salvini ha aperto al taglio del numero dei parlamentari.

Matteo Salvini ha fatto la sua mossa per uscire dall'angolo in cui un'intesa tra M5s e Pd per un governo di legislatura minaccia di relegarlo. Ha proposto a Luigi Di Maio di votare insieme il taglio dei parlamentari. Poi, come Beppe Grillo e lo stesso Di Maio vanno dicendo da tempo, subito alle urne. Un modo per buttare la palla nel campo pentastellato e togliere alibi a eventuali "inciuci". Ma il M5s e le opposizioni hanno fiutato il bluff.

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TAGLIO A SCOPPIO RITARDATO?

Secondo il leader leghista sarebbe possibile dire al più presto sì al taglio delle poltrone, sciogliere le Camere, votare con il vecchio sistema e far scattare il taglio solo nella legislatura successiva, cui spetterebbe il compito di organizzare il referendum confermativo (necessario se la riforma non ottiene i due terzi dei voti) e ridisegnare i collegi elettorali. Ma i dubbi sono molti. Non solo, calendario alla mano, il taglio dei parlamentari rischia di non passare a causa della crisi di governo. Ma appare anche difficile che il Colle avalli la road map tratteggiata da Salvini, secondo cui si potrebbe andare al voto a ottobre per eleggere 945 parlamentari e poi far entrare in vigore la riduzione degli eletti a 600 nella legislatura successiva. Dal Quirinale non si sbilanciano, ma diverse fonti politiche osservano: non si vede come Sergio Mattarella, presidente della Repubblica ed ex giudice costituzionale, possa permettere che un provvedimento così delicato venga messo nel congelatore.

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IL PRECEDENTE DELLA DEVOLUTION

L'articolo 4 della riforma costituzionale, secondo Salvini, lo permetterebbe: «Dice che se nel frattempo vengono sciolte le Camere, la legge entra in vigore nella legislatura successiva». In parole povere si salterebbe un giro e il completamento dell'iter previsto dalla Costituzione verrebbe rimandato. Ci sarebbe anche una sorta di precedente che risale al 2005: la riforma costituzionale sulla cosiddetta devolution, approvata dal centrodestra a ridosso della fine della legislatura. All'epoca si decise di rinviare a dopo le elezioni politiche le procedure richieste dalla Carta. Alle elezioni vinse il centrosinistra, il referendum confermativo si svolse nel 2006 e la consultazione popolare bocciò la riforma, che non entrò mai in vigore.

IL NODO DELLA SFIDUCIA A CONTE

Il M5s attende di capire meglio dove porterà la mossa di Salvini, ma non si lascia incantare. Tanto più che la Camera ha calendarizzato il voto sul taglio il 22 agosto, cioè dopo il discorso del premier Giuseppe Conte al Senato. Il quale il 20 agosto dovrebbe aprire la crisi a Palazzo Madama, presentarsi a Montecitorio il 21 agosto e poi potrebbe dimettersi. Votare prima sul taglio non è possibile, sia perché le comunicazioni del presidente del Consiglio hanno rango fiduciario, quindi precedenza su tutto il resto; sia perché il ddl costituzionale deve ancora passare in commissione. Dunque tanto in ambienti M5s, quanto in ambienti Pd, si giudica la riduzione dei parlamentari lettera morta. A meno che, con un colpo di coda, la Lega non decida di ritirare la mozione di sfiducia a Conte. In quel caso si potrebbe approvare la riforma e andare a votare dopo la sua entrata in vigore. Non prima di cinque mesi, considerando i tempi necessari per celebrare il referendum confermativo, più altri due per ridisegnare i collegi elettorali. Si arriverebbe così, più o meno, alla primavera del 2020.

SALVINI PUNTA A SCORAGGIARE L'INTESA TRA M5S E PD

In ambienti vicini al presidente del Consiglio spiegano che per ora non sembra cambiare niente. Se la Lega non farà marcia indietro, Conte prenderà atto del venir meno dei numeri per la fiducia e si presenterà al Quirinale per rassegnare le dimissioni. Come ultimo atto da premier in carica, potrebbe designare il commissario europeo che tocca all'Italia, ma al momento non ci sono conferme. Quel che è certo è che la mossa di Salvini sul taglio dei parlamentari mira a frenare i lavori in corso tra M5s e Pd per un governo di legislatura. Al Nazareno restano convinti che il sentiero sia molto stretto e Nicola Zingaretti prepara il partito allo scenario del voto a ottobre, mobilitando circoli e volontari. Ma il segretario del Pd non ha chiuso la porta e ha mostrato massima disponibilità nei confronti del Colle, in relazione agli scenari che potrebbero emergere dalle consultazioni.

I GIOCHI SONO ANCORA APERTI

Nel corso della direzione nazionale dem, convocata per il 21 agosto, potrebbe emergere la volontà di una netta maggioranza del partito perché si esplori, anche andando oltre la proposta iniziale di Matteo Renzi, un tentativo serio d'intesa con il M5s. Dario Franceschini, Goffredo Bettini e Lorenzo Guerini sono già favorevoli. Fervono telefonate e incontri non solo con i pontieri pentastellati (Roberto Fico e il capogruppo al Senato Stefano Patuanelli), ma anche con esponenti di Forza Italia che non si fidano di Salvini. La mossa del leghista sul taglio dei parlamentari non solo viene considerata una presa in giro, ma secondo fonti qualificate la maggior parte degli azzurri non vorrebbe andare al voto alle condizioni imposte dal Carroccio. Circolano già i nomi di possibili premier di garanzia: una ridda infinita, da Raffaele Cantone fino a Mario Draghi.

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