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Scontro nel Pd, modifica dello statuto rinviata al Congresso. Orlando: "Accettiamo per non creare il caos"

Logo La Repubblica La Repubblica 08/11/2018 di GIOVANNA CASADIO
Andrea Orlando © Fornito da La Repubblica Andrea Orlando

Già cominciava a tuonare dentro il Pd per quelle modifiche alla carta del partito - a cominciare dallo stop al doppio ruolo di segretario e candidato premier - che l'Assemblea dei mille delegati avrebbe dovuto votare il 17 novembre.

Ma la riunione del comitato per lo Statuto ha deciso poche ore fa di disinnescare lo scontro: nessun voto in Assemblea, meglio evitare di rimescolare le carte e di cambiare le regole alla vigilia di un congresso difficile, dove il Pd si gioca il tutto per tutto dopo la sonora sconfitta del 4 marzo. "Non litighiamo e non dividiamoci proprio nell'ultima Assemblea prima del congresso": è stato alla fine il leit motiv del comitato. Anche Andrea Orlando, l'ex Guardasigilli che nel 2017 proprio della divisione segretario-candidato premier fece uno dei suoi punti-forza alle primarie, non ha voluto forzare: "Prendiamo atto che la maggioranza ha cambiato idea, perché quelle proposte erano state fatte dal presidente della commissione Dal Moro, noi a questo punto non vogliamo andare in Assemblea a produrre un caos, rinviamo tutto al congresso". "È mancata l'intesa", dice il presidente dem, Matteo Orfini.

All'ordine del giorno dell'Assemblea del 17 sarà stralciato quindi il voto sulle modifiche allo Statuto. Era partito un tam tam di altolà ai cambiamenti. Dario Parrini, renziano, aveva dato l'ultimatum: "Se verrà fatta questa proposta, mi opporrò con vigore. È una regola fondativa del Pd e un perno del suo Statuto, della sua identità politica e della sua visione delle istituzioni. L'idea di toglierla di mezzo può far parte della discussione "ne" congresso, non dell'ordine del giorno di un'Assemblea a fine vita convocata per indire il congresso. Nel merito sono contrario alla cancellazione di questa regola perché il suo superamento avrebbe come inevitabile conseguenza l'abolizione delle primarie aperte per scegliere la guida del partito e aprirebbe la strada a un ritorno al passato di cui proprio non si avverte il bisogno".  Stessa opinione di Stefano Ceccanti su Facebook: "Immagino che nessuno pensi davvero di votare in Assemblea una modifica statutaria che cancelli in modo non meditato una norma chiave dello Statuto, la coincidenza tra segretario e candidato premier che, caso mai, può seguire i risultati di un congresso e non precederlo".

La mediazione oggi nella commissione ad hoc presieduta da Gianni Dal Moro, renziano, è stata: congeliamo tutto, indichiamo i nodi per rinnovare il partito ma saranno poi gli sfidanti alle primarie a indicare le soluzioni. Spetterà perciò a Nicola Zingaretti, a Francesco Boccia, a Matteo Richetti - gli sfidanti per ora in corsa - e a Marco Minniti e Maurizio Martina, se scenderanno in campo, di dire quale è la strada che vogliono intraprendere.

Quella decina di modifiche quindi non saranno più votate in Assemblea: oltre alla questione segretario-premier c'era anche il dimezzamento dei componenti dello stesso "parlamentino" (da mille a 500 o 700)  e della Direzione (da cento a una sessantina) e l'abolizione delle primarie per i segretari regionali.

Dal Moro farà una relazione in Assemblea il 17 proponendo queste proposte per il dibattito congressuale, in modo che ogni candidato possa farli propri oppure no. Un'unica modifica sarà indispensabile, ed è più che altro un adeguamento per consentire al segretario dimissionario Marina di firmare le liste per le amministrative.

Scegli tu!
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