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Death Stranding, il videogioco da premio Oscar

Logo Leggo Leggo 2 giorni fa Lorenzo Capezzuoli Ranchi
Death Stranding, il videogioco da premio Oscar © Redazione Death Stranding, il videogioco da premio Oscar

Quando c’è di mezzo Hideo Kojima si sa: sacro e profano, immaginario e verosimile, vita e morte si mischiano in videogames che lasciano i giocatori per lunghissimi periodi incollati davanti al proprio schermo. Death Stranding non fa eccezione, e riesce anche a far sentire un po’ meno la mancanza di Metal Gear Solid.

Se fosse un film, il cast del nuovo gioco della Kojima Production sarebbe da premio Oscar: protagonista della vicenda è Sam Porter Bridges, impersonato da Norman Reedus (l’arciere Daryl Dixon nella serie tv The Walking Dead), fattorino davvero fuori dal comune. Insieme a lui, direttamente dai film di James Bond, troviamo Lea Seydoux (la dottoressa Swan di Spectre) e Mads Mikkelsen (l’indimenticabile Le Chiffre di Casino Royale), mentre in un piccolo cameo troviamo anche il regista Guillermo del Toro, insieme a molti altri.

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E proprio su questo aspetto si condensano le prime critiche di alcuni giocatori, che condannano l’aspetto troppo cinematografico del gioco, a discapito della parte videoludica: talvolta il gioco sembra infatti un po’ ripetitivo, sin dall’inizio. Parti, consegna i pacchi, ottieni un nuovo incarico, consegna il nuovo carico e così via. Tutto però dipende anche da come “si gioca”: puntare alla campagna (completabile in circa 40 ore con il joystick in mano) senza occuparsi delle missioni secondarie accentua ancora di più questa percezione.

Ma ciò che lascia subito stupiti in Death Stranding è la grafica assolutamente curatissima, oltre al mondo in cui è ambientata il gioco: in un futuro fantascientifico, in cui le città sono ridotte a piccole comunità, strane orme nere appaiono sulla terra. Sono le CA, entità collegate con l’aldilà e il mondo terreno, che sono arrivate sulla Terra a causa di un cataclisma apocalittico: il misterioso Death Stranding.

Sin dai primi minuti poi le somiglianze con Metal Gear Solid, nato anch’egli dalla mente di Hideo Kojima, diventano sempre più evidenti: il sistema di comunicazione si chiama - anche qui - Codec, il nostro personaggio non può portare più di un certo peso di attrezzatura e le centinaia di mail che ti arriveranno ti potranno dare tantissime informazioni extra, ma non essenziali per approfondire la storia di Death Stranding. Su questo punto il gioco è bilanciatissimo: se vuoi sapere, hai enciclopedie di informazioni, altrimenti il giocatore può anche lasciare perdere le nozioni extra.

Lo scopo del gioco è semplice: Sam dovrà cercare di riunificare le varie Knot Cities (le singole città) e farle entrare nelle UCA (le Città unite di America), all’interno di una rete che potrà riconnettere tutto il mondo. Ad assoldare Sam per questo compito è la Bridges, una entità semi-statale che, sotto il controllo della Presidente degli Stati Uniti (o quello che ne rimane), prova a far ripartire il mondo.

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Carattere distintivo di tutti i giochi Kojima, e Death Stranding non fa eccezione, è il messaggio di fondo, puramente sociale, alla base anche del gioco stesso: la collaborazione, l’aiuto, l’assistenza sono essenziali per sopravvivere. Kojima infatti ha investito molto nel creare un gioco in cui gli stessi gamer online non fossero ossessionati dalla lotta l’uno contro l’altro, per cercare di ottenere maggiori punteggi o risultati, quanto invece alla realizzazione di una nuova piattaforma dove gli stessi giocatori potessero collaborare insieme, nel cercare di ricostruire il mondo. Per questo i vari giocatori possono scambiarsi attrezzature, veicoli e… Mi piace: infrastrutture, cartelli, oggetti, ricevono tutti una costante gratificazione, che può essere inviata da un giocatore all’altro, pur rimanendo perfetti sconosciuti. Perché in fondo, dice la saggezza popolare, l’unione fa la forza.

Scegli tu!
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