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La Russia blocca Telegram e si torna ad ICQ

Logo ITespresso ITespresso 2 giorni fa Mario De Ascentiis
© Mario De Ascentiis, ITespresso.it © Mario De Ascentiis, ITespresso.it

L’autority statale di regolamentazione delle telecomunicazioni russa ha iniziato il blocco di Telegram in seguito al rifiuto dell’azienda che si è rifiutata di fornire l’accesso ai messaggi dei suoi utenti. Se ne occupa Roskomnadzor, letteralmente il Servizio federale per la supervisione nella sfera della connessione e comunicazione di massa.

Il servizio Telegram, che conta oltre 200 milioni di utenti a livello globale, non è tra i primissimi a livello globale, la sua app è comunque tra le prime dieci scaricate e Telegram ha fatto la propria fortuna proprio per la sicurezza e le comunicazioni crittografate dalla prima ora (una caratteristica che WhatsApp per esempio ha implementato da poco tempo), non solo, in alcuni casi Telegram è stata preferita anche per la possibilità di utilizzo senza necessariamente disporre di un numero di cellulare.

Il blocco nel momento in cui scriviamo non è ancora completo, ma in fase di avanzamento progressivo.

Reuters riporta come alla base del processo esecutivo da parte del Roskomnadzor, la decisione pronunciata nel fine settimana scorso di un tribunale russo che si contrappone alle motivazioni di Telegram e del suo Ceo Pavel Durov che si sono rifiutati di soddisfare le richieste dei servizi di sicurezza russi.

Non deve stupire più di tanto la decisione di Telegram. Il suo Ceo ha lasciato il Paese già nel 2014 e da allora in diverse occasioni ha criticato l’atteggiamento delle autorità, mentre la sua app, particolarmente diffusa nel suo Paese di origine e anche in medio-oriente sembra che sia molto utilizzata dai giornalisti e che addirittura venga utilizzata dal Cremlino stesso per comunicare con essi, sfruttando la possibilità di effettuare conference call. Da qui l’invito alla stampa russo di passare al servizio di messaggistica ICQ!

Con l’affaire Telegram si ripropone il problema della riservatezza dei dati, da tutelare anche di fronte a necessità governative. un problema da cui è già passata Apple – è notizia di pochi giorni fa la violazione degli iPhone da parte dell’FBI tramite il tool GrayKey. In questo caso però è l’FBI stessa ad essersi attrezzata con il tool di GrayShift 

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