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L'olio di cocco non è un cibo sano, anzi: ha più grassi del burro

Logo International Business Times (IT) International Business Times (IT) 19/06/2017 Alessandro Martorana

olio di cocco © Fornito da IBT Italy olio di cocco

Un colpo piuttosto duro all'industria dei "cibi della salute" è stato inferto da una ricerca statunitense, che ha mostrato come l'olio di cocco non sia affatto un alimento sano ma come in realtà faccia innalzare i livelli di colesterolo cattivo in modo analogo al burro, al lardo o all'olio di palma.

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Nei giorni scorsi, l'American Heart Association ha diffuso un "presidential advisory" riguardante la relazione tra malattie cardiovascolari ed assunzione di grassi saturi nella propria dieta: lo scopo era quello di mostrare come effetti positivi sia sul rischio di sviluppare queste patologie che sulla riduzione dei livelli di colesterolo dalla sostituzione dei grassi saturi con altri più sani.

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Uno dei principali bersagli sui quali punta il dito l'analisi dell'American Heart Association è per l'appunto l'olio di cocco: si tratta di un olio vegetale ottenuto dalla copra della noce di cocco che, in parte grazie proprio alla sua altissima presenza di grassi saturi, ha una lenta ossidazione ed è quindi molto resistente alla rancidificazione.

Negli ultimi tempi, l'olio di cocco ha saputo imporsi tra i cibi "sani" e dovrebbe magicamente condurre a tutta una serie di benefici per la salute che vanno dalla perdita di peso alla facilitazione della digestione, fino al potenziamento del metabolismo. Basta inserire su Google "olio di cocco" per essere ricoperti da blog e forum nei quali vengono magnificate le proprietà di questo prodotto.

"Uno dei veri problemi nel trasmettere informazioni sanitarie è che generalmente le persone che ne scrivono non guardano a cosa viene prima", spiega Frank Sacks, primo autore del report e professore di prevenzione delle malattie cardiovascolari per la Harvard School of Public Health. "L'effetto complessivo ha fuorviato il pubblico sulla scienza dei grassi nella dieta".

Sacks mette l'accento anche su come le persone siano spesso portate a prestare fede alle tendenze alimentari non supportate dalla scienza, con l'olio di cocco che rappresenta un esempio molto calzante: "Non so chi lo stia spingendo, ma non si tratta di scienziati", spiega il ricercatore. "La cosa potrebbe essere guidata dai produttori che cercano di ottenere profitti o dalla dipendenza economica di alcuni paesi dall'olio di cocco".

Per la ricerca, gli scienziati si sono basati sulla letteratura scientifica prodotta a partire dagli anni '50, trovando una forte correlazione fra il consumo di grassi saturi ed alti livelli di lipoproteine a bassa densità, o LDL: quest'ultimo è il cosiddetto "colesterolo cattivo", da tempo considerato come il principale responsabile di arteriosclerosi, indurimento ed occlusione delle arterie e conseguentemente di malattie cardiovascolari di vario genere.

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Esistono alimenti relativamente sani che possono consentire di diminuire il proprio fattore di rischio: ad esempio, dal punto di vista degli oli vegetali si può utilizzare quello di canola, di fagioli di soia, di arachidi, di carcamo e di girasole. L'olio di cocco, spiegano i ricercatori, non solo non ha motivo di stare in questa lista, ma dovrebbe anzi essere messo in quella di segno opposto.

Come evidenziato nell'analisi, l'olio di cocco si è infatti mostrato capace di innalzare i livelli di colesterolo cattivo in sette trial controllati su sette. Inoltre, ha un contenuto di grassi saturi dell'82%, superiore quindi a quello del burro (63%) del lardo di carne rossa (50%) e di quello di maiale (39%). "Dal momento che l'olio di cocco aumenta i livelli di colesterolo LDL e non ha nessun noto effetto compensativo favorevole, suggeriamo di non usarlo", si legge nel report dell'American Heart Association.

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