Stai usando una versione precedente del browser. Usa una versione supportata per vivere al meglio l'esperienza su MSN.

Terapia con il plasma: come funziona?

Logo OK Salute OK Salute 22/05/2020

I risultati del primo studio sulla terapia con il plasma per contrastare il coronavirus hanno gettato le basi per un secondo step. Una ricerca controllata e multicentrica che avrà come centro coordinatore l'ospedale di Pisa e come co-sperimentatore il San Matteo di Pavia. I clinici stanno definendo i parametri dei pazienti da arruolare, possibile che saranno divisi in base alle patologie pregresse.

Riproduci nuovamente video

Con il plasma la mortalità si è ridotta

I risultati della sperimentazione pilota, condotta su 46 pazienti del Carlo Poma di Mantova e del San Matteo di Pavia (solo uno extra regionale, di Novara), sono stati mandati al New England Journal of Medicine e sono in corso di valutazione per la pubblicazione. Come è stato osservato nello studio, grazie alla terapia con il plasma iperimmune la mortalità dei pazienti in terapia intensiva è diminuita da un atteso del 15% al 6%.

«Nel campione avevamo solo casi con insufficienza respiratoria grave, perché quando si testa una cura sperimentale frequentemente si coinvolgono pazienti con poche chance terapeutiche», spiega Salvatore Casari, direttore di malattie infettive al Carlo Poma di Mantova. Ma ciò non significa che la cura con il sangue dei guariti sia efficace solo per casi severi. Anzi: «Le risposte nei pazienti un po' meno gravi sono state migliori di quelle nei pazienti più gravi».

© non disponibile

Terapia con il plasma: da sola non basta

«Una via importante da percorrere», come l'ha definita il direttore di malattie infettive del Sacco di Milano Massimo Galli, che va ad inserirsi all'interno di una strategia terapeutica più ampia. Perché i 46 pazienti dello studio pilota «non sono stati trattati solo con il plasma iperimmune, ma anche con il plasma iperimmune, abbinato ad atri farmaci di possibile attività contro il coronavirus» precisa l'infettivologo del Carlo Poma.

Sicuramente l'utilizzo del sangue dei pazienti convalescenti ha un vantaggio che manca ai medicinali: si può "fare in casa". Significa che «se un ospedale ha un centro trasfusionale interno e ha dei pazienti guariti da Covid-19, potrebbe ricavarne il plasma e avere una prima cura immediata. Ovviamente seguendo la normativa vigente, che prevede rigide procedure di sicurezza, soprattutto per evitare la trasmissione di infezioni» spiega Casari.

Anche gli asintomatici possono sviluppare anticorpi

La potenzialità terapeutica del sangue dei pazienti guariti risiede negli anticorpi neutralizzanti: immunoglobuline G che agiscono contro il virus e l'infiammazione che esso può provocare nell'organismo. È probabile che tutte le persone che contraggono il virus le sviluppino, anche chi si ammala in forma lieve o asintomatica, perché la loro comparsa non dipende dalla risposta infiammatoria, ma dall'infezione.

Conferma che arriva anche da uno studio sui donatori di sangue condotto dal Policlinico di Milano. Grazie ai campioni archiviati nella Biobanca dell'ospedale i ricercatori hanno potuto effettuare i test sierologici su 800 donatori sani, tra il 24 febbraio e l'8 aprile. Risultato: a inizio epidemia il 4,6% del campione aveva già sviluppato anticorpi, mentre ad aprile la percentuale è salita al 7,1%. Ciò significa che la malattia a Milano era in circolo già settimane prima dei casi conclamati e che anche pazienti senza sintomi possono sviluppare anticorpi.

«Il problema - sottolinea l'esperto - riguarda la quantità di anticorpi, che è variabile e non tutti i pazienti ne producono una quantità soddisfacente, e la loro persistenza. Il nostro Servizio Trasfusionale, ad esempio, ha rilevato che nei pazienti guariti da due-tre mesi iniziano a diminuire».

Un donatore, due pazienti curati

Ogni donazione prevede il prelievo di 600 ml di plasma, sufficienti per due dosi da 300 ml. Quindi, dato che un paziente si tratta in genere con una somministrazione, «un donatore può aiutare a guarire fino a due pazienti, compatibili con il suo gruppo sanguigno. E può donare una volta al mese, in base alla sua condizione da convalescente finché ha nel sangue una quantità sufficiente di anticorpi» precisa ancora Casari. Controindicazioni? Solo una controindicazione assoluta, e cioè «precedenti reazioni allergiche al plasma, condizione molto rara che finora a Mantova non si è verificata».

Una banca del plasma

L’efficacia delle trasfusioni con il plasma iperimmune dovrà essere confermata da uno studio più ampio. Ma in Lombardia si sta ipotizzando di dare vita a una banca del plasma. Una sorta di database dove raccogliere il sangue dei guariti da Covid-19. Vari ospedali vorrebbero contattare i pazienti che hanno sconfitto il coronavirus per iniziare i prelievi e alcuni centri trasfusionali, come l'Avis, hanno già chiesto ai loro donatori se vorranno sottoporsi al test sierologico per valutare o meno la presenza di anticorpi neutralizzanti.

Giulia Masoero Regis

Storia successiva

Agroalimentare, Coldiretti: accordo di filiera per pomodoro Made in Italy

Scegli tu!
Scegli tu!

Altro da OK Salute

image beaconimage beaconimage beacon