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Juventus, Buffon: "Ritiro? Sarei disonesto se non ammettessi di avere paura"

Logo La Repubblica La Repubblica 6 giorni fa di DOMENICO MARCHESE

TORINO - A poche ore da quella che sarà con tutta probabilità la conferenza stampa più attesa della carriera di Buffon, è stata pubblicata l'intervista realizzata due mesi fa dal portiere bianconero a The Player's Tribune, e realizzata dal difensore spagnolo del Barcellona Gerard Piquè. Un faccia a faccia tra due campioni in cui il portiere bianconero affronta diversi temi, senza aggiungere nulla a quanto detto in questi mesi ma dando qualche indizio utile per svelare l'annuncio di domani. 

Gianluigi Buffon © Fornito da La Repubblica Gianluigi Buffon

ESSERE BUFFON FINO IN FONDO - Il ritratto del portiere bianconero che emerge dall'intervista è quello di un uomo sereno, convinto che per restare in campo a difendere la porta della Juventus sia necessario essere al top. Evitando così di rovinare la sua immagine per una questione di orgoglio. "Sono Buffon e voglio esserlo fino in fondo, anche se sarei disonesto se dicessi che non ho paura del ritiro - ha spiegato il numero uno della Juve - Nessuna sorpresa, penso che alla mia età si debba valutare la situazione di mese in mese, una settimana alla volta: per un atleta che ha sempre giocato al top è importante fare il proprio meglio, lottare per essere il migliore, per rimanere al vertice. Devi stare fisicamente bene perché non vuoi fare brutte figure solo per una questione di orgoglio".

IL MOMENTO DELL'ADDIO - Essere Buffon fino all'ultimo, "quando non lo sarò piu', me ne andrò". Semplice, lineare, anche se il ritiro fa paura: "In fondo sono calmo e mi sento in pace e il giorno in cui smetterò troverò un modo per non annoiarmi e tenermi impegnato. L'unico problema è che la mia vita è stata organizzata per 23 anni, ogni mattina avevo la mia tabella. Avere 24 ore senza dover fare niente potrebbe essere un problema".

IL PRIMO RICORDO - Difficile capire quando si chiuderà la carriera di Buffon, meno complicato ritornare sul suo primo ricordo calcistico: "Avevo 4 anni, era la Coppa del Mondo del 1982, vinta dall'Italia. Ero troppo piccolo per capire il Mondiale, ma mi ricordo i grandi che guardavano la televisione tutti in cerchio, mentre eccitati guardavano l'Italia. Giocavo a calcio fuori e realizzavo che mi piaceva giocare con il pallone". Dal Mondiale vinto grazie ai gol di Pablito Rossi e alle parate di Dino Zoff, ai 5 giocati da protagonista con la maglia dell'Italia: "È un lungo bottino, restare in alto richiede parecchie cose: talento, sforzo, saper soffrire. È gratificante sapere che pochi di noi hanno giocato 5 Coppe del Mondo, sarebbe stato speciale giocare il sesto Mondiale, ma a volte bisogna accontentarsi".

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