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Battistelli e l'attualità di Puccini: "Saper ascoltare le dissonanze significa saper accogliere le diversità"

Logo La Repubblica La Repubblica 22/07/2021 di Angelo Foletto
© Fornito da La Repubblica

«L'ho sempre pensato un lavoro creativo. Simile a quello di un compositore che è anche un esecutore o, come Bruno Maderna, interprete». Così, oggi, parlare con Giorgio Battistelli significa fare i conti con un autore, e tra i più noti ed eseguiti al mondo – la sua opera Julius Caesar diretta da Daniele Gatti e messa in scena da Robert Carsen, inaugura il 20 novembre la stagione dell’Opera di Roma – che non ha paura di "sporcarsi le mani" con l’organizzazione e la politica della musica. Il suo ultimo (lungo) incarico all’ORT è stato interrotto per «incompatibilità con la visione e la gestione della direzione generale». Ma dal gennaio 2020 è direttore artistico del Festival Puccini di Torre del Lago, e da settembre dell’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento. Ed ha avuto ruoli di responsabilità all’Accademia Filarmonica romana, alla Biennale Musica, all’Arena di Verona, all’Opera di Roma. «Ho iniziato a 22 anni fa. "Colpa" di Hans Werner Henze che mi convinse a succedergli al Cantiere di Montepulciano», spiega Battistelli da Torre del Lago, «poi come lavoro creativo e istruttivo mi ha subito preso».

Istruttivo?

«Mi ha insegnato a ascoltare gli altri, a confrontarmi. Di solito noi compositori non lo sappiamo fare, o lo facciamo poco. Di natura siamo autoreferenziali».

Nessun imbarazzo nel fatto di operare su due fronti per così dire in concorrenza?

«Sì, all'inizio. Oggi è un’attività progettuale che fa parte del mio essere musicista; la svolgo con curiosità e apertura da autore. Attraverso la programmazione voglio si capisca quanto la musica sia proiettata al futuro».

Una sorta di identificazione tra direttore artistico e autore?

«Rivendico fino in fondo le mie scelte a 360 gradi. Le programmazioni ne sono una “proiezione”. Riflettono, ci provano, una visione complessa in cui l'esecuzione è come la creatività autoriale: non sta ferma».

Come ha convinto le istituzioni?

«Datemi fiducia, ho detto ai musicisti dell’Orchestra Haydn. Nel senso di (af)fidarsi della mia lunga esperienza di professionista»

Ma non da direttore artistico di formazione…

«Come per gli interpreti, non amo i cosiddetti specialisti. Lo penso da autore, per esperienza personale. Le esecuzioni della mia musica che mi hanno più sorpreso sono venute da non “specializzati” come quando Adama Fischer diresse Auf den Marmorklippen a Mannheim».

Lei ha spesso ha lamentato la “lentezza” della vita musicale italiana.


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«Le situazioni non camminano quando non hanno un progetto volto avanti con decisione. A quel punto prevale l'istinto di sopravvivenza che finisce per essere l'unico obiettivo; e su cui la politica assistenziale, ricattatoria e fondata solo sui numeri, ha buon gioco a imporsi».

Alle prese con un festival dall’anima popolare, come s’è mosso?

«Credo della dimensione eterogenea delle programmazioni, non nell’eclettismo. Puccini è un autore la cui popolarità non può essere messa in discussione ma accostandolo a altri musicisti e altre idee, la stessa popolarità ne trae giovamento. Entra con forza nella mentalità del nostro tempo».

Non eclettismo, ha detto?

«Eclettismo, contaminazioni e via dicendo sono definizioni negative, termini sbagliati per indicare una realtà che è molto più ricca e vitale»

Ci spieghi meglio.

«Noi viviamo nella società della diversità, nell'apoteosi dell'imperfezione: dobbiamo recuperare la capacità di ascoltarle le diversità, esattamente come la musica di oggi ha rinunciato alle certezze dell'avanguardia verticale di un tempo. Le “dissonanze” non sono solo nella musica ma anche nel sociale. Imparando ad ascoltare quelle della musica impariamo anche a "ascoltare", cioè a vivere meglio, il nostro mondo».

Sul piano concreto, com’è il festival 2021?

«Ci sono i titoli ineludibili (Tosca, dal 23, Turandot, per la prima volta col finale di Berio, dal 24, Bohème dal 25, ndr.), con scelte vocali e teatrali interessanti, ma il cartellone non si ferma lì. C’è il palinsesto racchiuso nel secondo cartellone “Puccini, la musica e il mondo”. Tra l’altro quest’anno ci sarà una serata con quattro atti unici – musiche di Salvatore Frega, Michele Sarti, Orazio Sciortino e Fabrizio De Rossi Re – dedicati al tema del bacio. Le operine hanno un organico fisso, quello di Pierrot lunaire di Schönberg che verrà proposto il 10 agosto: un modo per ricordare quanto Puccini, attento al futuro, fosse presente alla prima fiorentina del capolavoro l’1 aprile 1924».

Perché il bacio?

«Quasi una provocazione. In mesi in cui ogni espressione fisica personale è misurata, distanziata e mortificata volevo mettere al centro della riflessione teatrale un gesto intimo, peraltro presente in ogni opera di Puccini».

È un’opera sua, in prima assoluta, 'Julius Caesar', libretto da Shakespeare di Ian Burton, sarà a Roma in autunno. La sua fiducia in questo genere non declina.

«L'opera finisce quando si chiude il sipario ma non muore. Rinasce, si rigenera subito dopo. La necessità del racconto appartiene alla storia e allo spirito dell’uomo: non verrà mai meno. E non si attenuerà la voglia del pubblico di narrazioni. Le nuove opere dovrebbero essere commissionate ed eseguite per prassi normale in tutti i teatri».

Ma ha fiducia anche nel nuovo pubblico dell’opera?

«La modalità di comunicazione dell'opera è di una modernità unica, sempre nuova: per i modi, per i luoghi in cui viene realizzata, per la vicinanza tra espressioni umane e artistiche diverse. Nemmeno il cinema può regalare quell'insieme di emozioni e di immagini che l'opera può dare».

La musica ha subito condizionamenti a seguito della pandemia?

«No, la partitura mi è stata commissionata anni fa e quindi è stato completato prima. Anche se, in vista dell'esecuzione, ho semplicemente previsto la possibilità di qualche riduzione di organico in orchestra».

Pare sarà uno spettacolo forte…

«La regia come sempre in Carsen con cui è la terza volta che collaboro (dopo Co2 e Richard III, ndr.) sarà incisiva e intensa. Del resto, è la storia che nasce forte e civile. E vedremo in scena il Parlamento italiano».

Scegli tu!
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