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Orestiadi di Gibellina, edizione 40: Capossela, Celestini, Rubini, Gioè per il festival che da Dante a Sciascia vuole celebrare una nuova rinascita

Logo Leggo Leggo 16/06/2021 Totò Rizzo
Vinicio Capossela © Fornitore audio Vinicio Capossela

Come ogni estate a Gibellina tornano le Orestiadi, il festival di teatro, musica, arti visive che celebra quest’anno la quarantesima edizione (9 luglio-5 agosto). Quattro decenni dacché Ludovico Corrao, sindaco del paese-simbolo del terremoto del Belice, lo creò, nel nome della bellezza dell’arte, a suggello della rinascita dal martirio dei 14 centri della valle collinare – che si stende fra Palermo, Trapani e Agrigento – devastati dal sisma nel gennaio del 1968.

La rassegna si snoda tutta su produzioni esclusive e si apre significativamente, per celebrare la storia del festival, proprio con “Agaménnuni” tratto dall’“Orestiade di Gibellina” che Corrao nel 1983 commissionò ad Emilio Isgrò, nella lettura scenica di Vincenzo Pirrotta accompagnato dal percussionista Alfio Antico (9 luglio). Due serate (10 e 11 luglio) saranno dedicate al personaggio favolistico di Giufà, eroe e antieroe, furbo e sciocco, comunque simbolo di ribellione contro le ingiustizie: la prima con “Aspettando Giufà” scritto e diretto da Claudia Puglisi, la seconda con “Storie di Giufà” con quell’affascinante narratore che è Ascanio Celestini.

Con la partecipazione straordinaria di Simona Marchini, il 17 luglio debutterà “Pezzi da museo - Storie di donne su tela”, un progetto di Silvia Ajelli sull’intrigante mistero della fascinazione dell’opera d’arte che cercheranno di svelare cinque celebri muse. Tema che introdurrà alla proiezione de “Il quadro nero”, la video-opera dello scrittore e regista Roberto Andò e del musicista Marco Betta, da un testo di Andrea Camilleri, sulla “Vucciria” di Renato Guttuso.

L’impegno civile irrompe nella rassegna il 18 luglio con “Mafia: singolare femminile” di Cetta Brancato e Marzia Sabella, regia di Enrico Stassi, otto monologhi sull’altra metà del cielo del fenomeno mafioso per altrettante figure di donne uscite fuori dalle carte processuali, e viene ribadito la sera successiva – 19 luglio, giorno del ventinovesimo anniversario della strage di via D’Amelio a Palermo – con “Sono Emanuela Loi” di Eleonora Lo Curto, regia di Alessio Piazza, sulla poliziotta che morì nell’attentato, unica donna della scorta di Paolo Borsellino.

Il 23 e 24 luglio le Orestiadi fanno «largo ai giovani» con le messe in scena dei lavori del Premio Cittàlaboratorio per drammaturghi under 35: quest’anno “My name is Patrick Zaki – 45 days” scritto e recitato da Alessandro Ienzi (vincitore) ed “Ezechiele 43,11/Italia”, testo e regia di Salvatore Cannova (menzione speciale). Altra “prima nazionale” per ricordare Franco Scaldati e il rapporto che il drammaturgo palermitano aveva con Gibellina: una nuova edizione di “Totò e Vicè” per la regia di Giuseppe Cutino con Rosario Palazzolo e Anton Giulio Pandolfo nei panni dei due surreali personaggi scaldatiani (30 luglio).

L’edizione 40 delle Orestiadi non dimentica gli anniversari e celebra così il centenario della nascita di Leonardo Sciascia e il settimo della morte di Dante. Affiancandolo con video e installazioni, fa debuttare “La notte delle lucciole” che Roberto Andò ha tratto da testi dello scrittore di Racalmuto letti da Claudio Gioè (31 luglio). Un intero progetto è dedicato invece al Sommo Poeta: al Cretto di Burri, il sudario di cemento sotto cui è sepolto il vecchio paese sbriciolato dalle scosse, vedranno la luce “Paradise now#Gibellina” una coreografia di Virgilio Sieni pensata per un quintetto di danzatori (5 agosto), “La vita nuova”, riletta, raccontata e interpretata da Sergio Rubini (6 agosto) e “Bestiale Comedìa – Un vero e proprio viaggio nell’aldilà tra santi, creature mitiche, bestie, eroi e, soprattutto, peccatori” del cantautore Vinicio Capossela.

«Un’edizione speciale – definisce questa del quarantennale il direttore artistico Alfio Scuderi – che se da un lato vuole celebrare la storia del festival, dall’altro vuole riaffermare, e le Orestiadi in Italia sono state precorritrici, quanto l’arte possa essere strumento di rinascita: da un terremoto così come da una pandemia».

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