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Diamanti, cosa possono fare i clienti nel maxi processo che verrà

Logo Milano Finanza Milano Finanza 07/04/2021 Elena Dal Maso
© Milano Finanza

L'inchiesta penale sulla vendita dei diamanti per 1,4 miliardi di euro attraverso il canale bancario sta procedendo spedita. La Procura di Milano, sotto la direzione del pubblico ministero, Grazia Colacicco, ha chiesto, scrive Reuters, il rinvio a giudizio per 105 persone e cinque società, di cui quattro banche, nel procedimento che aveva portato al sequestro preventivo per 700 milioni di euro. Che cosa possono fare ora i clienti che a suo tempo avevano acquistato le pietre preziose agli sportelli pensando che fossero investimenti?

Secondo l'avvocato Camilla Cusumano, della rete Adusbef, che ha già chiuso una trentina di cause sui diamanti, "i singoli possono pensare di costituirsi parte civile nel processo penale e chiedere il risarcimento del danno causato dal reato. Oppure possono chiedere il danno morale in ambito penale e quello patrimoniale in sede civile".

Il legale ricorda poi che, mentre in ambito civile le cause durano in media un anno, in sede penale "le tempistiche sono più lunghe, perché deve aver luogo l'udienza preliminare che durerà non poco, essendo un maxi processo e poi seguirà la fase dibattimentale". L'avvocato ricorda che nel processo Bpvi, iniziato nel dicembre 2017 con l'udienza preliminare, la sentenza è arrivata a fine marzo di quest'anno.

Le parti lese, che potranno chiedere di costituirsi parte civile e partecipare al processo sono 575, ovvero i clienti delle banche che ritengono di essere stati truffati. I reati ipotizzati, a vario titolo, sono truffa, autoriciclaggio, riciclaggio, corruzione fra privati, che la procura ha quantificato in circa 500 milioni di euro, 314 dei quali a carico degli intermediari delle pietre preziose, International Diamond Business Spa (in fallimento) e Diamond Private Investment Spa (in liquidazione).


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Gli imputati sono dirigenti, ex dirigenti, funzionari ed ex funzionari delle banche e di due broker di diamanti. Gli istituti coinvolti sono Banco Bpm, che insieme a un suo ex dirigente dovrà anche rispondere di ostacolo all'autorità di vigilanza, la controllata Banca Aletti, Unicredit, Mps e Idb. Intesa Sanpaolo e Dpi hanno invece chiesto il patteggiamento, ottenendo già il parere favorevole della procura.

Di recente è intervenuto anche il Consiglio di stato. Dopo circa due anni di attesa, la Sesta Sezione del Consiglio ha confermato il mese scorso la responsabilità di Unicredit e Banco-Bpm nella vendita dei diamanti da investimento, ma ne ha ridotto la sanzione comminata dall’Antitrust del 30%. Unicredit dovrà versare 2,8 milioni, mentre Banco-Bpm 2,345 milioni. Sono state invece confermate le sanzioni di 2 milioni e 1 milione comminate rispettivamente a Idb e Dpi.

L'Adusbef, intanto, sta chiudendo una serie di procedimenti in giudizio seguendo la norma 185 bis Codice di procedura penale, nel quale il giudice propone una conciliazione fra le parti. L'avvocato Cusumano parla di "una restituzione di almeno il 60% del valore della pietra, partendo dalle valutazioni del listino Rapaport, mentre il diamante resta nelle mani del cliente, con la banca che paga le spese del processo.  In alcuni casi siamo arrivati al 70%".

Ci sono investitori, però, che stanno procedendo con le cause dopo aver rinunciato a transare "perché mirano alla restituzione del 100% del capitale. Non sempre sono persone che hanno investito molto, in alcuni casi 10.000 euro, in altri anche un milione di euro in diamanti", spiega l'avvocato. Che avverte: "chi ha già deciso di transare con la banca non può costituirsi ora parte civile in un processo penale".

La procura sostiene che Idb e Dpi, con la consapevole partecipazione delle banche, hanno condotto la presunta truffa dal 2012 sino al dicembre 2016 (nel 2017 è intervenuto l'Antitrust con una multa). Viene citato il fatto che i diamanti partecipavamo all'obiettivo mensile di raccolta delle filiali e che veniva in diversi casi garantito a voce il riacquisto, come se le pietre fossero un investimento vero e proprio. Per la procura si tratta di una truffa perseguibile d'ufficio perché realizzata in maniera seriale. Secondo l'accusa, tutti i contratti sono il risultato di un'attività di raggiro.

Le somme sequestrate due anni fa sono destinate, nei progetti della procura, a essere restituite ai clienti che si sono trovati in mano preziosi che sul mercato valevano, allora, in media il 30%, ma anche molto meno, il 20%. E questo accade anche perché nel 2016 venivano siglati molti contratti con commissioni del 24% a favore della banca, che facevano gonfiare il prezzo delle pietre. (riproduzione riservata)

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